Passò una decina di giorni e niente. Con Giuseppe era sempre così: potevi essere il migliore amico, il fratello, il padre o il suo peggior nemico... le cose non cambiavano mai. Giuseppe seguiva una sua imperscrutabile scaletta di priorità e non si poteva mai sapere quando il proprio mezzo sarebbe tornato a casa, restaurato da quelle abili mani. Sarebbe stato il perfetto infermiere all'Accettazione - Triage di un Pronto Soccorso. Con quel suo sorrisetto disarmante e la sua inceppata parlantina dialettale non prometteva mai niente se non che ci sarebbe stato da aspettare, che c'era tanto lavoro e che lui i miracoli non li faceva. In questo era più che onesto e più volte aveva mandato a c****e gente venuta per lui anche da cento e passa chilometri, gente più che spazientita per l'attesa. Quasi nessuno se ne andava e tutti ritornavano ché Giuseppe sapeva il fatto suo e i prezzi erano imbattibili.
Nel frattempo Mario continuò la propria vita more solito: andava a lavoro con rinnovata e serena consapevolezza, progettava viaggi su due ruote e soprattutto gironzolava con la moto. L'ansia da contachilometri era totalmente svanita ma dato che si conosceva a fondo come ansioso aveva deciso di attaccare sopra il quadrante tondo del tachimetro, giusto sopra la finestrella del chilometraggio, una sveglietta comprata dai cinesi per l'eroica somma di 4 €. Era un piccolo aggeggio senza alcuna pretesa ma indicava l'ora in maniera impeccabile ed essendo un controllore impulsivo dell'ora, gli faceva più comodo del countdown di Yama. Una volta alla settimana staccava la sveglietta per farsi i conti dei chilometri percorsi, tanto con un po' di biadesivo la cosa tornava a posto. Nelle ultime due settimane aveva percorso più di mille chilometri e il contatore della morte segnava al momento 368487.
Un pomeriggio inoltrato, tornando da lavoro col sole ormai del tutto declinato pensò bene di passare da Giuseppe: lo trovò che chiudeva l'officina.
"Ciao Giuseppe, che mi dici?"
"T-ti dico che sei arrivato g-g-giu-giusto in tempo per o-offrirmi da bere."
Chiusa la rugginosa saracinesca manuale ché non si sarebbe mai fatto convincere a metterne una elettrica notò la motina e si avvicinò.
"Ma-ma allora ne hai un'altra. S-sei una bestia, perché la tieni così male?"
"Pensa Giuseppe che ho anche i pezzi pronti ma non ho il tempo per montarli..."
"Ma c-cosa vuoi montare tu: portamela domani, quando vieni a riprendere l'altra e lasciamela che questa te la faccio in qu-qu-quattro e quattr'otto."
"Giusè, per me va bene ma guarda che i tuoi quattro e quattro fanno sessantaquattro."
"Mario, non rompere le palle anche tu" - disse impermalosito - "un conto è lavorare su certe merde, altro restaurare certe bellezze"
"Ma aspetta, vuoi dire che la moto è pronta"
"T-t'ho detto che la moto è pronta e che ... domani po-po... meriggio puoi venire a riprenderla ma portami questa c-con i pezzi che hai. Qu-questa è una moto. E adesso andiamo a bere!"
Fu così che, davanti a una sterminata serie di bambini morti, come Giuseppe amava chiamare le bottiglie di birra vuote, Giuseppe spiegò a Mario con quale ratio e tempistica decideva di riparare i mezzi a lui affidatigli.
Quella notte, in sella alla motina, non fu facile per Mario tornare a casa ed è indubbio che Yama dovette impegnarsi a fondo a ché non si spatasciasse contro qualche ostacolo. Del resto ormai Mario ci contava...
To be continued...














i commenti sono parte del gioco e poi a riunificare tutto ci posso pensare io che sto componendo il file di testo...


