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Tra asfalto e Terra di Mezzo: la leggenda della Compagnia dei Motociclisti
Scritto da Maurizio60 - Pubblicato 02/10/2026 16:34
Un vecchio motore che romba nella nebbia, un anello maledetto che pulsa di energia oscura e la polvere della Statale 66 che si confonde con le leggende della Terra di Mezzo...

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Ogni volta che prendo in mano la penna per dare vita a un racconto fantasy, amo spingere l'immaginazione su strade inesplorate, mescolando il brivido dell'avventura epica con la cruda poesia della realtà. Questo è il risultato di quella passione: un viaggio dove la magia incontra l'asfalto.



L'asfalto della Statale 66 rifletteva la luce morente di un tramonto color ruggine, tagliando in due la bruma delle terre basse come una cicatrice nera. Non c’erano elfi o nani ad attendere al bivio, ma il rombo sordo e cadenzato di dodici motori bicilindrici che lacerava il silenzio della valle.

Al comando della carovana c’era Frodo "Basso", in sella a una vecchia Norton Commando dal serbatoio logorato. Non era un gigante della strada, ma stringeva tra le mani nodose un piccolo oggetto d'oro: un anello portachiavi con inciso un motto in lingua antica, dimenticato dai più, che bruciava come brace viva ogni volta che il motore saliva di giri. Quell’oggetto non apparteneva a lui; glielo aveva affidato Gandalf, il vecchio meccanico della periferia nord, prima di svanire in una nuvola di fumo e olio esausto dietro la segheria.

«Dobbiamo arrivare a Mordor prima che cali la notte fonda» disse Sam, il suo fedele compagno, stringendo il manubrio della sua fidata Vespa 200 truccata che arrancava stoica dietro i colossi ruggenti. «E ricordati di mangiare qualcosa, padrone Frodo. Hai lo stomaco vuoto quanto il serbatoio della mia vespa.»

Intorno a loro la Compagnia procedeva in formazione serrata. Aragorn, detto "Strider", cavalcava una custom nera opaca senza targa, con lo sguardo perennemente fisso sull'orizzonte, sfiorando l’asfalto con gli stivali consumati. Legolas, alto e silenzioso su una moto da cross leggera, sembrava quasi non toccare terra, mentre Gimli borbottava furibondo nel casco integrale, lamentandosi del vento freddo che penetrava nella spessa barba grigia, in sella a un quad pesante e rumoroso che sembrava un carro armato tascabile.

Il viaggio durava da giorni, inseguiti dall'ombra di Sauron, un sindacato senza volto di centauri dell’autostrada che controllava ogni distributore e ogni officina dal passo di montagna fino alla piana industriale. Volevano l'Anello per sé, per dominare tutte le strade e spegnere il rombo di ogni motore libero.

All'improvviso, il cielo si tinse di un viola innaturale. Sulla cresta del colle, illuminati dai fari abbaglianti, apparve il nemico. I Nazgûl dell'asfalto: nove figure incappucciate in giubbotti di pelle nera privi di insegne, a bordo di maxi-sportive silenziose e potentissime che sfrecciavano senza targa né paura. Il loro avvicinamento non era accompagnato dal classico rombo metallico, ma da un sibilo acuto e gelido, simile al vento che ulula tra i rottami di una carcade.

«Presto! Giù le marce!» gridò Aragorn, estraendo dal fodero laterale una catena d'acciaio pesante che faceva risuonare contro il parafango.

La strada divenne un campo di battaglia di scintille e gomma bruciata. Gimli speronò il primo inseguitore urlando insulti ancestrali contro i motori a due tempi, mentre Legolas, con una precisione chirurgica da funambolo, sganciò una bomboletta di olio esausto che mandò in testacoda due delle moto oscure. Frodo sentiva l'Anello vibrare frenetico nella tasca della giacca, quasi volesse strappargli la stoffa di dosso per tornare dal suo padrone. La stanchezza era un macigno sulle spalle, il freddo tagliava la faccia attraverso la visiera aperta, ma il richiamo della meta era più forte del terrore.



Il silenzio tornò a scendere sulla valle quando l'ultimo motore si spense, lasciando solo il crepitio metallico dei tubi di scudo che si raffreddavano nella notte. Sul ciglio della strada, la compagnia guardava le scintille spegnersi nel buio, sapendo che la strada non sarebbe mai più stata la stessa, ma che la libertà, per quella notte, aveva vinto l'ennesima curva.


Buona Strada Sempre Up 
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