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Il Cavaliere dell'Eclissi - Racconto Fantasy
Scritto da Maurizio60 - Pubblicato 25/02/2026 16:30
Introduzione: esistono strade che non si trovano sulle mappe e orizzonti che solo lo sguardo di un motociclista, filtrato da una visiera scura, può osare scorgere...

In questo racconto fantasy, seguiamo il viaggio di Aris, un pilota solitario il cui destino si intreccia con quello di una creatura ancestrale: un corvo dagli occhi di brace. 
Attraverso tre capitoli che sfidano le leggi della fisica e del tempo, la narrazione si snoda tra:
Patti silenziosi siglati sotto una pioggia imminente. Silenzi azzurri che sanno di purificazione e ritorno. Un'odissea moderna dove il rombo di un motore diventa l'unico battito cardiaco capace di attraversare il velo tra il nostro mondo e l'ignoto. Allacciate il casco: il confine è appena stato superato.

Tempo di lettura stimato per questo articolo: 5 minuti circa 



Capitolo I: Il Patto delle Piume e dell'Asfalto
Aris non credeva nei presagi, finché uno di essi non decise di appollaiarsi sulla sua spalla sinistra. Si trovava sul ciglio di un passo appenninico, avvolto in una nebbia che sapeva di pioggia imminente e terra bagnata. La sua tuta in pelle tecnica, segnata dai chilometri, sembrava una corazza moderna contro un mondo che stava diventando improvvisamente silenzioso.

Il corvo arrivò senza un battito d’ali udibile. Era una creatura imponente, il piumaggio di un nero così profondo da sembrare un buco nel tessuto della realtà. Ma erano gli occhi a fermare il battito cardiaco: non erano neri come quelli dei suoi simili, ma brillavano di un rosso rubino ardente, come braci alimentate da un vento invisibile. Aris rimase immobile. Il peso dell'uccello sulla protezione della spalla era reale, solido, quasi rassicurante. Attraverso la visiera dorata del suo casco, il motociclista osservava il riflesso della strada davanti a sé, distorta e fiammeggiante, come se il corvo gli stesse prestando una vista diversa.
«Dove andiamo, vecchio mio?» sussurrò Aris, la voce ovattata dall'imbottitura del casco. Il corvo inclinò la testa, emettendo un gracchio che risuonò non nelle orecchie, ma direttamente nella mente del pilota. Non era una parola, era una direzione. Era il richiamo del "Confine", quel luogo dove l’asfalto finisce e inizia qualcos’altro.

Aris abbassò la visiera. Il mondo esterno si tinse di riflessi metallici. Sentì il battito del suo cuore sincronizzarsi con il minimo irregolare del motore della sua Ducati. In quel momento, il legame tra uomo, macchina e animale divenne sacro. Il corvo non volò via quando Aris innestò la prima marcia; rimase lì, un'estensione vivente della sua attrezzatura, una sentinella tra il mondo degli uomini e quello delle ombre. Partirono insieme mentre le prime gocce di pioggia iniziavano a picchiettare sul casco, brillando come diamanti scuri sotto la luce morente di un tramonto che non voleva spegnersi. La strada non era più solo una striscia di bitume, ma un sentiero tracciato dal destino.



Capitolo II: L’Eclissi di Sangue
Il paesaggio mutò bruscamente, come se Aris avesse attraversato un velo invisibile. Non era più l’Appennino. La terra sotto le ruote tassellate della sua moto era diventata rossa, una polvere sottile e densa che si sollevava in nubi cremisi a ogni colpo di acceleratore. Attorno a lui, alberi scheletrici si protendevano verso un cielo impossibile, dove un sole nero veniva divorato da un’eclissi perenne, lasciando solo un anello di fuoco scarlatto a illuminare l’oscurità.
Il corvo ora non era più sulla sua spalla. Era diventato gigantesco, una creatura mitologica che camminava al suo fianco tra le radici contorte e il fango rosso. I suoi occhi rossi guidavano il cammino attraverso la "Valle dei Morti Viventi", un luogo dove il tempo si era fermato. Aris sentiva la fatica gravare sulle braccia, il manubrio della Multistrada vibrava violentemente mentre cercava trazione in quel terreno instabile. Il fango schizzava sulle carene, ma non era fango comune; sembrava pulsare di una vita propria.

«Resta in movimento,» ripeteva a se stesso Aris. Sapeva che fermarsi in quel regno significava diventare parte della foresta di ossa. Il corvo gigante emise un grido possente che scosse l’aria densa, allontanando le ombre che strisciavano tra i rami secchi. In quel realismo distorto, la moto era l'unica tecnologia rimasta, un faro di luce bianca e fredda che fendeva il rosso dominante del crepuscolo eterno. I fari a LED della Ducati tagliavano la nebbia come lame di chirurgo, rivelando un sentiero che appariva solo un istante prima di essere percorso.
Aris non aveva paura, o forse la paura era stata sostituita da una concentrazione assoluta. In quel capitolo della sua esistenza, lui era il Cavaliere dell'Eclissi. Ogni marcia scalata, ogni derapata controllata era una preghiera rivolta agli dei della strada. Il corvo al suo fianco era il suo guardiano, un demone benevolo che lo scortava attraverso l'inferno dei sogni per riportarlo alla realtà. La temperatura era scesa drasticamente, il calore del motore era l'unica cosa che gli ricordava di essere ancora vivo mentre l'eclissi sopra di lui sembrava osservarlo come un occhio cosmico.



Capitolo III: Il Ritorno nel Silenzio Blu
Poi, il rosso esplose nel blu.
Con un sussulto metallico, Aris si ritrovò a correre lungo un viale infinito di alberi spogli, immerso in una luce cobalto che pareva emanare dal suolo stesso. La neve copriva i margini della strada, ma l’asfalto era pulito, una scia scura nel candore circostante. Il silenzio era assoluto, rotto solo dal sibilo del vento e dal ronzio costante del motore.
Il corvo aveva ripreso le sue dimensioni normali, ma ora volava esattamente sopra la sua testa, a pochi centimetri dal casco, con le ali spiegate in una simmetria perfetta. Visto dal retro, l’uccello sembrava un’insegna araldica vivente, una corona piumata per il re della strada solitaria. Il freddo era pungente, un blu elettrico che entrava nelle ossa, ma Aris provava una pace trascendentale. Le luci della moto illuminavano la neve fresca, creando un tunnel di visibilità in quella notte infinita e cerulea.

Gli alberi ai lati della strada sembravano soldati in fila, testimoni silenziosi del suo passaggio. Aris capì che quel viaggio non riguardava la velocità, ma la transizione. Era uscito dal mondo vibrante e caldo dei vivi, aveva attraversato il fuoco dell'eclissi e ora si trovava nel limbo della purificazione. Ogni chilometro percorso in quel viale azzurro cancellava un rimpianto, ogni curva affrontata con precisione millimetrica lavava via un errore del passato.
Lentamente, le luci di una città reale iniziarono ad apparire all'orizzonte, piccole scintille gialle che rompevano il dominio del blu. Il corvo diede un ultimo battito d’ali vigoroso, sollevandosi verso l'alto fino a scomparire nelle nuvole cariche di neve. Aris rallentò, sentendo il peso della realtà tornare a farsi sentire nelle spalle indolenzite.

Quando finalmente si fermò a un distributore automatico ai margini della civiltà, si tolse il casco. L'aria gelida del mattino lo colpì al volto. Guardò la sua spalla: sulla pelle nera della tuta era rimasta un'unica piccola piuma iridescente, con un riflesso rosso che sfumava nel blu. Sorrise, la ripose nel sottosella e ripartì. Il viaggio era finito, ma il guardiano sarebbe rimasto con lui, nascosto in ogni ombra che la sua moto avrebbe proiettato sull'asfalto da quel giorno in poi.


Tra realtà e fantasia, questo racconto celebra la mia passione per le due ruote. I luoghi e le immagini, sono frutto di una libera rielaborazione creativa. Pur non essendo un professionista del settore, ho dedicato anima e corpo alla scrittura e alla creazione visiva di questa storia. Vi invito a guardare oltre le possibili imprecisioni tecniche e a cogliere l'essenza di un progetto nato dal puro piacere di creare! 


Buona strada sempre Up 
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