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La moto e la mutata percezione della realtà
Scritto da tibbs - Pubblicato 08/02/2021 16:02
L’effetto della moto sulla banale routine quotidiana dell’esigenza di spostarsi dal punto A al punto B.

Come molti di voi, sono un pendolare: il mio posto di lavoro si trova in un’altra città e in tempi normali, ben diversi da quelli che stiamo vivendo, mi trovo a percorrere la stessa strada due volte al giorno. I mezzi pubblici mi sono di scarso supporto: per una manciata di chilometri sarei costretto a cambi e coincidenze che allungherebbero a dismisura il tempo di percorrenza, ma, nonostante questo, mi ritengo quasi un privilegiato. Impiego meno di mezz’ora per percorrere i quasi quindici chilometri di tragitto e, con un po’ di fortuna, riesco a trovare un parcheggio gratuito ad un centinaio di metri dall’ufficio. Le due ruote, quindi, non sono per me un’esigenza stringente; sarà forse l’età od il fatto di non essere un motociclista duro e puro, di quelli che si possono fregiare dell’attestato di vero motociclista®, ma quando fa veramente freddo o c’è maltempo, la moto se ne sta al caldo in garage. A quel punto il tragitto casa-lavoro diventa un viaggio da fare con il pilota automatico, la radio accesa a cercare di capire qualcosa del mondo e la mente assuefatta a quella tratta percorsa all’incirca diecimila volta - ed è una stima abbastanza precisa e forse perfino riduttiva. Con la moto, invece, cambia tutto.

Per quanto, come già detto, non sia mai stato un motociclista provetto, per quanto abbia smesso da venticinque anni di comperare le moto con il cuore o con la pancia, per me andare in moto rimane una sensazione unica. Specie dopo un lungo periodo di fermo, ogni volta che risalgo in sella è come fosse la prima volta: ci sono stati momenti, nel corso della mia vita, in cui ho pensato vendere la moto a causa del fatidico inutilizzo, ma bastava prenderla anche solo per mezz’ora per cancellare dalla mia mente simili propositi nefasti. Un lusso, un orpello, un giocattolo da grandi: chiamatelo come volete, ma il fatto che abbia sempre scelto modelli razionali non significa che io mi ponga in modo razionale rispetto alla moto, che è un puro oggetto di piacere. Anche se magari finisco solo per usarla nel tragitto quotidiano, solo la moto sa trasformarlo in un’esperienza sempre unica.

C’è sempre qualcosa di solenne, nel tirare fuori la moto dal garage. Non la chiamo bimba, non ci parlo, se qualche volta la carezzo, lo faccio solo per spolverarla. Il nostro legame è telepatico ed interiore, senza bisogno di gesti dimostrativi o di parole scandite ad alta voce. Il rito della partenza si consuma nei gesti soliti della vestizione. Abbottono il giubbotto, indosso lo scaldacollo, i guanti, il casco. Giù la visiera ed entro in strada. Per lasciare il paese, per raggiungere la provinciale, ci sono soltanto due strade. Ci sarebbe anche un terzo percorso, una via secondaria che attraversa campi e boschi e si reimmette nella strada principale alcuni chilometri più avanti, ma è stretta e tortuosa e troppo frequentata da automobilisti che credono tutti quanti di essere gli unici a conoscere quella deviazione, affrontandola neppure si trattasse d’una prova speciale di un rally, per cui preferisco evitarla.

Svoltare a destra o a sinistra non fa troppa differenza: da una parte si imbocca un lungo viale interrotto da dossi deceleranti dove occorre fare i conti con l’ufficio postale ed il parcheggio selvaggio dei suoi utenti; dall’altra ci si immette quasi subito nella provinciale, che però taglia la parte bassa del paese per tutta la sua lunghezza ed è tutta un brulicare di persone che si recano in banca, in edicola e nei pochi negozi che s’affacciano sulla strada. Il sollievo arriva quando il nastro d’asfalto comincia a scendere: il diradarsi delle case, la strada rettilinea e la forza di gravità sembrano incoraggiarti a dare gas; a dissuaderti c’è il pensiero che, a ridosso del distributore, potrebbe esserci la pattuglia dei carabinieri: a volte chiudono un occhio, mai tutte e due, per cui si morde il freno fino ai margini dell’abitato. A quel punto il viaggio ha veramente inizio.

Il percorso è tutto un saliscendi. La zona è collinare, ma il tragitto si snoda su una sorta di altipiano ai piedi delle colline stesse. Un altipiano variegato, costellato di variazioni altimetriche. Passato il distributore, passato il cartello della fine del centro abitato, si può osare qualche chilometro orario in più. C’è subito una curva a destra, un breve rettilineo e quindi una curva a sinistra di novanta gradi: la strada si alza e sembra quasi di stare su di una parabolica finché, giunti alla sommità del dosso, è già tempo di un brusco e piacevole cambio di direzione per piegare verso destra e cominciare a rallentare. Si attraversa un pugno di case che forse una provinciale abbastanza trafficata dovrebbe evitare, case nate forse quando affacciarsi sulla strada era una sorta di valore aggiunto e non una fonte di fastidio e pericolo. Occhi aperti: gli anziani abitanti del minuscolo conglomerato sembra abbiano sempre qualcosa da fare dalla parte opposta della strada e te li trovi sempre sul ciglio che si sporgono in avanti, pronti a tentare la sorte.

Passato il punto più scabroso, si può gettare lo sguardo lateralmente. A sinistra si staglia la mole di un monte la cui sommità è spesso imbiancata, in questo periodo dell’anno; alla sinistra invece si può intuire la presenza del grande fiume, altrimenti invisibile, per via della nebbia che stagna sulle sue acque. Su un piccolo rilievo si staglia squadrato e massiccio il mastio d’un vecchio castello diruto, quasi invisibile nei mesi estivi a causa delle chiome degli alberi che, indisturbati, lo circondano. Un tempo il tracciato di quella che era stata una via consolare romana passava nei pressi della fortificazione; la moderna provinciale invece è distante più di un chilometro dalla fortificazione stessa. Cambiano i tempi e cambiano le strade e certi mondi, purtroppo o per fortuna, sono tagliati fuori.

Si comincia a scendere: un minuscolo torrente ha scavato nei millenni un alveo verso cui digradano, ripidi, i terrazzi. Nelle stagioni fredde, arrivando sul ponte invisibile che lo scavalca, un’ondata umida e gelida mi ricorda che lì scorre l’acqua che scende dalle colline, ma non è il caso di distrarsi: sorpassato il ponticello, si curva repentinamente a sinistra e si torna a salire, quindi la strada si piega verso destra ed inizia un breve rettilineo costeggiato da campi perennemente incolti. Alla fine del rettilineo occorre scalare e frenare: la strada si butta bruscamente a sinistra con due ripide curve in rapida successione per scendere verso la piana alluvionale: solo a questo punto si comincia a scorgere l’ampio fiume che l’ha originata e che poco più avanti si incunea in una gola. Una curva a destra ci immette nel paese sorto vicino all’antico ponte e ci conduce fino al semaforo. Il ponte è antico di secoli, inadatto al traffico sempre più intenso: non era certo stato progettato per sorreggere il peso di mezzi sempre più grandi, né per farli passare contemporaneamente, ed infatti il semaforo regola l’attraversamento prima in un senso e poi nell’altro. Quando c’è fila, la moto permette di sorpassare in tutta sicurezza la coda lungo la strada a senso unico, così mi trovo in pole position in attesa del verde. Quando scatta, ci si immette sulla massiccia struttura del ponte con le sue eleganti arcate di pietra, esso stesso arco che si solleva sopra il fiume. Voltandomi a sinistra, vedo il corso d’acqua procedere rettilineo quasi a perdita d’occhio: d’inverno le rive sono gelate e l’acqua fumiga, d’estate gli aironi sostano pigri in prossimità delle sponde. A destra, invece, il fiume riceve un affluente, s’allarga, curva a sua volta: sulle sue acque ferme galleggia il doppio capovolto d’un paese appollaiato sulla sommità della riva opposta che si specchia sull’ampia ansa del corso d’acqua.

Occorrerebbe un nuovo ponte, per lasciare quello storico come monumento secolare all’ingegno umano, parte integrante d’un paesaggio senza età, ma occorrerebbe spostare in qualche modo la strada. Già, la strada: è bene non distrarsi perché una nuova, secca curva a sinistra si avvicina. In piega si abbandona la piana alluvionale e si risale, anche se questa volta l’ascesa è meno repentina. Senza smettere di salire si curva a destra e poi ancora a sinistra. La strada è costeggiata da alberi che, a questo punto, formano una spettacolare galleria che, specie d’estate, è incredibilmente ombrosa e fresca. E pericolosa: negli anni mi sono trovato di fronte a scene terribili di incidenti gravi, con auto distrutte, morti e feriti; è il rovescio della medaglia di quegli alberi così vicini alla carreggiata, di quei rettilinei che invitano a correre. Sia ben chiaro, non li ho mai rispettati pedissequamente, i limiti, ma non è neppure il caso di eccedere con la velocità, specie se non si è pratici o se si crede di esserlo fin troppo. Tanto più che a ritmo serrato una triplice curva, destra-sinistra-destra, ci porta a ridosso di un incrocio che forse era pericoloso prima ancora dell’invenzione del motore a scoppio, con due strade che confluiscono sulla provinciale all’uscita dell’ultima curva.

Oltre l’incrocio le cose non sono migliori: il bar ed un forno sembrano due calamite, due gorghi, due buchi neri, due cori di sirene che attraggono i passanti. Quel piccolo borgo sembra un triangolo delle Bermuda, tutto accade nel giro di poche decine di metri: camion dell’immondizia e autobus di linea che bloccano il traffico, automobilisti che tentano sorpassi azzardati o che accostano o si reimmettono in strada senza preavviso, pedoni che attraversano senza guardare nei luoghi più impensati, credendosi invulnerabili. Qui il ragionamento sui limiti è inverso: il cartello dice cinquanta, ma certe volte perfino i trenta sono eccessivi. Per fortuna dura poco: duecento metri e si è di nuovo liberi, lanciati su di un rettilineo lungo un paio di chilometri. I settanta all’ora suonano quasi ridicoli, ma di certo quella strada stretta, su cui si affacciano viuzze secondarie come rigagnoli che si gettano in un fiume, non è luogo ideale per volare a bassa quota.

Il volo: stare in sella alla moto mi offre quasi quella stessa impressione, la stessa sensazione di libertà; il casco e l’abbigliamento tecnico sono un compromesso accettabile. Perché, chi da novello Icaro ha provato l’ebbrezza del volo, sa quanto duro possa essere l’impatto col terreno alla fine del medesimo. Chi è più ferrato in fisica dice che non è la velocità ad uccidere, ma la decelerazione: poiché le due cose non sono completamente disgiunte, è bene intervenire almeno su quella che ci offre la possibilità di un minimo di controllo. Il rettilineo scorre comunque via in un paio di minuti; lontana, con uno sfondo di colline che la circondano come un’esedra, la millenaria città svetta sul suo colle con i suoi campanili e le sue torri. La torre municipale ed il duomo si fronteggiano, metafora delle lotte tra potere spirituale e temporale, tra papato e impero. Il viaggio sembra così finito, ridotto al mero consumarsi della distanza residua fino al posto di lavoro, ma c’è ancora tempo per un guizzo, per curve e saliscendi.

Alla rotonda, anziché proseguire a diritto verso il centro abitato, svolto a destra. La strada secondaria, incassata tra i campi, si snoda come un serpente seguendo chissà quali antichi tracciati. Apro il gas e conduco la moto in un susseguirsi di cambi di direzione. Il piacere è breve ma intenso: la strada si fa tortuosa, curva a sinistra e scende improvvisa verso l’alveo d’un torrente che ha scavato un solco profondo sul terreno; per attraversare il ponte occorre affrontare una curva a gomito non diversa da quella che ci attende sull’altra sponda, dove si risale e finalmente si raggiungono i sobborghi della città. È quasi incredibile la quantità di traffico che quella straducola senza pretese riesce a smaltire quotidianamente, alleggerendo altre arterie sempre intasate. Ma ecco, giunti a questo punto, il viaggio dell’anima s’interrompe: prosegue solo quello del corpo, tra incroci e semafori, e quello delle lancette dell’orologio. Non ha importanza: ho gli occhi pieni d'immagini, il cuore colmo d'emozioni e quelle curve mi accompagneranno per il resto della giornata come le curve d’una donna, forse non la più bella, forse non la più amata, forse non la più desiderata, ma comunque quella che ad ogni nuovo incontro ti pare d’aver conosciuto per la prima volta, perennemente carica di mistero e di possibilità.

Due quintali di metallo, plastica e gomma assemblati in luogo ignoto del lontano oriente sanno trasformare il viaggio in sentimento: se non è magia questa, non saprei cos’altro potrebbe esserlo.
 

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Commento di: scattare il 11-02-2021 19:36
Bellissima riflessione
Commento di: tibbs il 14-02-2021 17:32
Molto gentile
Commento di: Bikeaddicted il 14-02-2021 07:17
Sono rimasto a bocca aperta. Meraviglia delle meraviglie. GRAZIE.
Commento di: tibbs il 14-02-2021 17:35
Ma no, non devi proprio ringraziarmi: volevo soltanto condividere con gli altri quello che ha sempre rappresentato la moto per me. Non sono tipo da andare a Caponord, in pista o anche solo a farmi la vacanza in moto con tenda e sacco a pelo, ma forse perché m'è sempre bastato assai poco per godermela.

Penso che sia un piacere che molti di noi provano, ma che è difficile comunicare agli altri.

Commento di: Simonelini il 19-03-2021 18:44
Ciao Tibbs,
ti invidio per 2 motivi:
prima di tutto devo farti i complimenti per il modo in cui scrivi, io nemmeno dopo mille revisioni del testo riuscirei a buttar giù un racconto così! Hai reso una delle cose più naturali del mondo (il tragitto casa-lavoro) un piacevolissimo passatempo per noi lettori. Devo ammettere che la lettura del tuo articolo l'ho rimandata più volte per la mancanza di tempo, pensavo di metterci molto di più vista la sua lunghezza (confesso, spesso sono uno che vuole "tutto e subito"), invece ho trovato il racconto scorrevolissimo e molto ben fatto, cosa che mi ha permesso di leggerlo molto velocemente.
Il secondo motivo per cui ti invidio è il distacco che provi per il mondo della moto: nessuna costrizione, nessuna ricerca della prestazione, nessun voler farsi vedere, niente di niente se non il puro piacere di stare in sella. Il tuo andare in moto è l’Andare in moto con la A maiuscola, la passione infantile (in senso buono, leggasi innocente) che conosce solamente il sorriso di quando facciamo ciò che ci piace.
È bello pensare che dopo tanti anni di due ruote ancora si possano provare queste sensazioni, mi rincuora.
In ultimo volevo chiederti: ma insomma, dov’è che abiti/lavori? Non voglio l’indirizzo, ma sapere dove si trova questa zona mistica mi toglierebbe la curiosità.
Voglio dire, io per andare a lavorare passo 2 cave, 5 campi, un magazzino dove essiccano il mais, una falegnameria ed un centro massaggi asiatico. Ed il tutto è contenuto in 3 km di rettilineo spezzato da due rotonde, è un’ingiustizia!
Commento di: tibbs il 20-03-2021 12:12
Ciao,

intanto ti ringrazio per le lodi immeritate: fanno comunque sempre piacere. Lo scrivere è una passione che coltivo per il mero piacere personale, ma i risultati non mi hanno mai entusiasmato: fa piacere che qualcuno apprezzi.

Circa il distacco, bhe, immagino che a parte il temperamento, molto dipenda dall'età (vado ormai per i cinquanta) e tutto sommato son riuscito a convincermi che non devo impressionare nessuno, né con la lunghezza dei miei viaggi (anzi, purtroppo riesco a fare pochissimi chilometri l'anno), né chiudendo le gomme o altro. Insomma, molto egoisticamente vado in moto per me: le esperienze sarebbe bello poterle condividere, ma non essendo sempre possibile, si cerca di trarne profitto in proprio.

Ti posso dire, senza entrare nel dettaglio, che vivo in Toscana, nell'hinterland di una piccola città: è chiaro che se abitassi nei dintorni di una città assai più grande, il mio viaggio si ridurrebbe all'attraversamento di quartieri: potrebbe essere piacevole come no, difficile dire. Ci sono più città che corrispondono all'identikit che ho fatto, ovviamente non si tratta di Firenze.

Ad avere tempo, ci sono tanti bei posti dalle mie parti e nelle province limitrofe, e non lo dico per campanilismo.