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Passione per la moto
Scritto da Swan_1 - Pubblicato 11/01/2018 12:00
Ma chi ti ha trasmesso la passione per le moto???

Probabilmente qualche volta lo avremo anche chiesto a qualcuno oppure ce lo siamo sentiti dire, sta di fatto che immagino siano davvero in pochi a rispondere: ...“la Mamma!!“

Ebbene si, per quanto mi riguarda, la passione per le due ruote e poi ancora quella più specifica verso le Moto Guzzi, io l’ho ereditata da mia madre. Che poi nel corso del tempo avranno influito sicuramente anche mio padre e mio fratello ma sin da piccolo, a casa, risuonavano spesso le gesta eroiche di mia madre che affrontava con disinvoltura le condizioni meteo più avverse e spesso rasentando anche l’incoscienza dettata sempre e comunque dalla necessità di raggiungere la scuola o il posto di lavoro.

Avete capito bene, la moto un tempo non era un mezzo considerato ludico (o magari per pochissimi forse lo sarà anche stato) ma per la maggior parte della popolazione motorizzata, la moto era un lussuoso mezzo di trasporto/lavoro e niente più.

Ripercorriamo un po' di storia...

Mia Mamma, classe 1934, subito dopo essersi affacciata (e con ottimi risultati) alle scuole magistrali, ricevette in regalo da suo padre una splendida Moto Guzzi Motoleggera 65. Complice anche il rivenditore che operava nella sua officina/concessionaria sotto casa (più comodo di così!).

La utilizzava sovente ma non come avrebbe voluto, perché non sempre disponeva dei soldi per la miscela, così spesso alternava l’uso della vecchia “corriera” (così era chiamato l’autobus di allora) e la moto. La scuola distava circa 10 km da casa ma erano 10 km di curve, salite e discese come ce ne sono in qualunque tratto del nostro bellissimo Paese (nello specifico, parlo dell’entroterra Marchigiano).

Nonostante le condizioni climatiche invernali fossero ancor più rigide di quelle alle quali siamo abituati oggi, capitava spesso di partire con le strade ben innevate o addirittura coperte da una coltre di gelo. L’unico capo “tecnico” che non doveva mancare (mai) era la carta dei giornali, unico valido rimedio contro il freddo, strati e strati di giornali sotto l’abbigliamento per isolare quanto più possibile dall’aria esterna. Per i piedi invece si usava tenerli al caldo (anche se per poco tempo) scaldando l’interno delle calzature con della cenere calda, poi rimossa prima di calzarle. Foulard in testa e ...via.

La moto insomma era un mezzo di locomozione che da poco tempo stava sostituendo pian piano l’uso della bicicletta. Anche se, a dirla tutta, anche al bicicletta, ad averne una era già da considerarsi dei privilegiati. Immaginiamo una moto!

Che poi mia Madre, oltre ad essere temeraria e anche spericolata nella guida della moto, era anche una bellissima ragazza e capite bene che, a inizi anni 50, non era per niente comune vedere una ragazza, per giunta molto bella, alla guida di una motocicletta. Motocicletta poi che neanche era facile e intuitiva da condurre.

Cambio a mano a tre velocità (sul lato dx del serbatoio) e acceleratore tramite manettino (quindi non attraverso la rotazione della manopola, come siamo abituati) …ancora oggi, se non sei concentrato, capita spesso di non seguire correttamente il sincronismo dei movimenti per sbagliare inesorabilmente marcia o dimenticare di togliere il gas tramite il manettino oppure rilasciare la frizione e dimenticarsi di ridare gas… insomma, occorre concentrarsi bene e contemporaneamente fare attenzione alla strada, che in quegli anni non era certo nelle condizioni in cui la troviamo oggi.

Erano i primissimi anni 50 quando, terminate le scuole magistrali, mia madre e una sua amica, vinsero un concorso per maestre e la cosa più strana è che furono convocate, subito dopo la notizia, dal Provveditore agli studi per l’affidamento delle cattedre attraverso un sorteggio.

La cosa era alquanto strana perché l’affidamento delle cattedre veniva solitamente definito dall’Ente ma questa volta si decise in maniera diversa. Il problema era che una delle due scuole si trovava in un luogo molto isolato e particolarmente difficile da raggiungere nel periodo invernale. Pensate che per arrivare in uno dei due paesi, in inverno, era necessario percorrere l’ultima parte del tragitto a dorso di mulo e accompagnati da una guida del posto. L’altra scuola, si trovava invece in un paese a pochi chilometri di distanza ma molto più facile da raggiungere con qualsiasi mezzo grazie alle immediate vicinanze con una strada provinciale abbastanza frequentata.

Comunque sia, visto che in inverno quando nevicava, di neve ne faceva davvero tanta, entrambi gli incarichi prevedevano come “plus” la possibilità di soggiornare a scuola, l’uso di una cucina attrezzata e quanto necessario per il riscaldamento degli ambienti in qualsiasi ora del giorno/notte.

Mia Mamma fu fortunata e nell’estrazione a sorte vinse la cattedra nel paese più comodo da raggiungere, così da poter continuare ad usare al moto come avrebbe desiderato. Alla sua amica, capitò la cattedra nel paese più impervio da raggiungere (oltre 800 metri s.l.m.) e ancora oggi, forse il più affascinante e particolare luogo della zona. Il paese, abitato oggi ad una manciata di anime, data la sua nebulosa storia millenaria e la particolarità del luogo, attrae ogni anno una notevole quantità di curiosi che fanno visita fra le case costruite a strapiombo sulla roccia.

Soprannominato simpaticamente come “il Tibet delle Marche”, il suo nome è “Elcito” e si trova nel comune di San Severino Marche - Macerata. Se capitate in zona, vi consiglio di farci un salto perché merita davvero anche solo una visita di pochi minuti. Il posto è una vera bomboniera, fortunatamente rimasta intatta e non sfruttata dal turismo di massa. Qua trovate alcune info a riguardo.

Ritornando a mia Mamma… una volta mi raccontò di essere partita di prima mattina mentre stava appena nevicando e la sera, pur di far rientro come era partita (in moto), dovette ripercorrere a bassissima velocità per via del manto stradale completamente coperto dalla neve e per giunta anche gelata. Oppure quella volta che mi raccontò mentre percorreva in terza marcia un lungo rettilineo quando all’improvviso le sbarrò la strada un grosso cane pastore tedesco che la fece inevitabilmente cadere (per fortuna senza conseguenze se non per qualche escoriazione).

E’ facilmente immaginabile che sentire questi e tanti altri racconti/aneddoti sin dalla tenera età, non ha fatto altro che farmi appassionare al mondo delle due ruote. Passione che, prima ancora di me, inevitabilmente coinvolse anche mio fratello.

Qualche anno fa, in quelle piacevoli occasioni in cui portavo a passeggio mia Mamma nei luoghi dove aveva passato buona parte della sua giovinezza (prima come studentessa e poi come maestra) mi indicava con commovente nostalgia dove era solita parcheggiare la sua moto quando arrivava a scuola, …”vedi, qua quando arrivavo in moto poi parcheggiavo qui, mentre se era cattivo tempo la parcheggiavo dall’altra parte, così rimaneva al coperto….

Io non ho mai visto mia mamma guidare la moto ma ogni volta che la portavo con me come passeggera, in quelle rare occasioni estive e per tragitti non più lunghi di una sessantina di chilometri, nonostante i quasi 80 anni di età e qualche dubbio se fare il giretto o meno, una volta salita in moto era visibile uno straordinario sorriso e uno sguardo raggiante che per meglio descrivere quel momento può sembrare superfluo qualsiasi altro uso della parola scritta o parlata.

Di solito almeno un giretto l’anno lo facevamo, ogni volta si preoccupava solo di salire poi una volta superato lo scoglio (ultimamente mi facevo aiutare anche da mio fratello) il resto era tutto divertimento con qualche commento ogni tanto del tipo …”vai piano!!, oh, t’ho detto di andare piano!

Io chiaramente non correvo di certo ma per lei era come se avessi raggiunto chissà quale velocità. L’ultimo giro, ricordo, lo facemmo in una calda estate del 2011 comodamente in sella ad una Goldwing, era seduta comodamente su un trono, felice come non mai. Quel giorno fu l’ultimo giro in moto insieme e del quale ho anche qualche foto scattata lungo il tragitto.

Poi gli anni successivi son cominciati i problemi di salute… prima la frattura del femore, poi l’alzheimer e poi ancora tutta una serie di patologie che l’hanno portata pian pano a spegnersi come una candela esposta ad un alito di vento.

Ricordo ancora in una delle occasioni in cui mia Mamma si trovava a casa (già allettata e in uno stato precario di salute), entrai in camera e dopo i doverosi saluti le dissi… ”Mamma, sai una cosa? …ho comperato una moto, una Moto Guzzi d’epoca, è bellissima! “… si trattava di un vecchia e malconcia Moto Guzzi Airone militare ma alla sola parola “Moto Guzzi”, mia Madre mi rispose subito guardandomi seriamente… ”senti, come sto un pochino meglio facciamo un giro, ma… ohi!!, te prendi la tua e io la mia, …capito!

Questa frase non la dimenticherò mai. Mia madre si trovava in condizioni davvero serie e con delle patologie che mai più le avrebbero permesso di risalire su una moto ma in quel preciso istante era riemersa come uno tsunami la sua passione per le moto, meglio ancora per le MOTO GUZZI. Nessuna malattia poteva fermare i suoi ricordi, i suoi pensieri i suoi sogni. In quel momento era come se fosse già seduta in moto ad attendermi. Io ero rimasto fermo, meravigliato, mai mi sarei aspettato una battuta simile. Per un attimo, mi aveva superato con il pensiero, anzi, come si usa dire, mi aveva letteralmente “sverniciato”.

La sua moto è ancora parcheggiata a casa e ogni volta che la guardo lo faccio con religioso rispetto e grande commozione (…se solo potesse raccontare quel che ha visto in tutti questi anni!!).

Ecco come sono cresciuto… a pane e Moto Guzzi, grazie ai racconti di una Mamma decisa, forte e spericolata ma altrettanto aggraziata e dolce da lasciarmi in eredità dei meravigliosi e splendidi ricordi, sotto ogni punto di vista.

Grazie Mamma (luglio 1934 – agosto 2017).
 

Commenti degli Utenti (totali: 7)
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Commento di: CoffeeWolf il 12-01-2018 15:30
Che bella storia. Un abbraccio a te e alla tua mamma. Se fossi in te farei fare un bella fotografia ad un fotografo e manderei la storia e la foto a Moto Guzzi, così che possano trovare un posticino nel loro museo di Mandello per aridare un po' del tanto affetto ricevuto durante una vita intera.

Commento di: ZioPigTurbo il 12-01-2018 18:16
Complimenti racconto molto commovente, di Mamma ce ne una sola.
La vita potra' portarle via dal mondo, ma mai dal nostro cuore !
La mia mammina mi disse "tu ti compri la moto solo quando ..."
due anni dopo ho preso il Suzukone.
Sicuramente saranno tutte in Paradiso a guardare le nostre avventure motociclistiche...

Commento di: ziomunch il 13-01-2018 22:40
Che dire se non, BELLO!!!! Applause
Commento di: Jeanne il 15-01-2018 16:51
Articolo bellissimo, Grazie per la condivisione! Smile Lamps
Commento di: Federico00cbr il 16-01-2018 01:33
Commosso :') Applause Si
Commento di: alexxa il 16-01-2018 14:41
Bella storia



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Commento di: Blacks1991 il 17-01-2018 14:39
Sono rimasto colpito dal racconto, questa passione che ci accomuna ci consente di sentire come nostri i ricordi e le commozioni degli altri, complimenti anche per il modo in cui scrivi
Per quanto mi riguarda, la passione mi è stata trasmessa in tenera età da mio nonno che vedevo rientrare dalla campagna in vespa ogni giorno.. appena sentivo in lontananza il rombo del motore correvo alla porta e lo aspettavo, lui mi faceva salire in piedi sulla pedana e, dopo essersi assicurato che mi tenessi forte al manubrio, mi portava con lui (200 metri in linea d'aria) al magazzino dove conservava la frutta e la verdura appena raccolte. Mentre sistemava le cose io saltavo in sella e in 10 minuti fingevo di percorrere kilometri e kilometri a bordo di quella meravigliosa vespa rossa, sporgendomi di qua e di là sulla sella. Poi chiudevamo insieme la vespa nel magazzino, mi prendeva per mano, e tornavamo a casa.
10 anni dopo, a causa della vecchiaia non era più in grado di guidarla e allora l'ho pregato di regalarmela... adesso si trova nel mio garage, a fianco della Suzuki che mi sono appena comprato col sudore della fronte e contro il volere di tutti i miei parenti preoccupati. Quei pezzi di ferro per alcuni sono armi letali, ma per me sono pezzi di vita