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Cadere in Croazia
Scritto da hanno - Pubblicato 08/07/2010 16:29
Ricordi di un’uscita extra Tinga

Pausa di due giorni al Teatro di Zagabria.

I colleghi “locali”, capeggiati da un’oboista quarantenne, per gli amici “Buva” (Pulce ) - meno di quindici decimetri di statura per quattro miriagrammi di peso – propongono una gita a Sljeme: aria fresca a mille metri di quota, boschi a non finire, “Un ristorante che da solo vale il viaggio… anche se la strada è così-così…” (sorrisi…). Ci si organizza con nove moto e una vecchia Aro 240 come carro attrezzi al seguito del gruppo.
Un altro orchestrale (che ha preferito portare la famiglia al mare in Istria) mi presta volentieri la sua vecchia V 50 Guzzi - apparentemente in perfetto stato.

Il sole della montagna splende in tutto il suo fulgore. La strada passa tranquillamente sotto un baldacchino verde, spesso anzi, attraverso un tunnel frusciante. La successione di curve e controcurve non sembra avere fine. Il panorama è mozzafiato, la strada un nastro grigiastro nel verde... un nastro che dopo poco diventa abbastanza stretto, tanto da lasciare spazio per un solo veicolo alla volta e quello spazio, per giunta, è spesso cosparso di ghiaia. A questo vanno aggiunti autobus e camion, grandi e piccoli e tutti a folle andatura – tanto loro hanno il vantaggio del più forte che non rischia nulla e non si cura dei piccoli veicoli, come una moto. E se si considerano i continui saliscendi, si può immaginare il risultato.

Infatti, si parla di una bellissima strada ma solo per dire che il paesaggio è fantastico, non la strada in sé... l’asfalto ha, apparentemente, digerito male l'azione del clima, esplodendo in mille frammenti, mostrando ferite sanguinanti di terra rossa, picchiettando la pavimentazione di pustole e croste, quasi fossero ferite recenti.
Bisogna procedere molto lentamente, zigzagando in un labirinto di pietre e crepe, o lanciarsi alla come viene per sorvolare la superficie screpolata. E la strada diventa più stretta, la larghezza dell’asfalto non lascia spazio che per un autobus (o un camion). Se un altro veicolo deve passare lo farà sul bordo, terra rossa, ghiaia e sterpaglie, e comunque, se ha più di due ruote, lo farà solo rassegnandosi ad abbandonare almeno da un lato la carreggiata. Bisogna essere un po’ incoscienti per venire qui senza l’attrezzatura e le moto adeguate; o bisogna essersi lasciati stregare da un paese affascinante e quasi magico. E ci vuole magia per dimenticare che razza di strada, che catalogo di rischi abbiamo deciso di affrontare.

Dunque è con un misto di stretta allo stomaco e di piacere paesaggistico che ci si inoltra in un magnifico scenario, viaggiando alla velocità di un sogno. La quota resta abbastanza bassa ma è una vera strada di montagna, con curve ininterrotte e tornanti assai slivellati; il massimo rettilineo non arriva a cinquanta metri. In testa alla comitiva, due fulmini in sella a due BMW sono in piena esibizione circense e prendono dei rischi un po’ troppo allegramente. Da dietro, assisto con inquietudine a degli errori di guida, piedi a terra con esplosioni di ghiaia, traiettorie arrischiate, passaggi fuori del bordo strada, nessun rispetto per le distanze di sicurezza… tutto, al massimo, a sessanta orari.

All’inizio proviamo (io e la Pulce) a tenere il ritmo, poi la strada si fa più sinuosa e noi, giudicando pericolosa l’andatura degli altri, rallentiamo gradatamente, lasciandoci distanziare, senza badare alla frase, udita alla partenza, (voce di maschio croato) “chi frena è un vigliacco…” e dicendo a me stesso che se sono riuscito a diventare un Over50 avendo ancora tutte le ossa al proprio posto, qualcosa vorrà pur dire...
Dopo un’ora di giravolte la tensione, la mancanza di allenamento e la fatica cominciano a farsi sentire. La Pulce, davanti a me, mi pare ancora troppo veloce e cerco di avvertirla di rallentare ancora, richiamandola con un colpo di clacson ma il comando del pollice non produce alcun suono: le vibrazioni del motore e lo stato della strada devono aver allentato i contatti…

Accelero per cercare di raggiungerla ma lei è già di là del tornante, fuori visibilità. Tento un taglio assassino, col solo risultato di scapolare per dieci centimetri un’auto in discesa, bis al successivo (ma mi aspettano dietro ogni tornante?...)… forse la moto è troppo poco potente per raggiungere la CB là davanti ma, in un tratto più tranquillo la rivedo, sessanta metri più in là; ha rallentato anche lei, sta guidando bene, ed ecco che allarga troppo una curva a sinistra, rientra bruscamente sull’asfalto ma il posteriore è già partito per la tangente... vedo, come in un filmato, la pilota volare in orizzontale oltre il faro, braccia e gambe che mulinano nell’aria come disarticolate. La testa urta una volta sull’asfalto.

Dopo una capriola la donna rotola verso destra con la moto che la insegue, dritta sulle ruote; c’è il parapetto di calcestruzzo: lei urta col casco, si accartoccia nella cunetta come un pupazzo e con la moto che le carambola sulla gamba e poi si ferma, sdraiata su un fianco nell’erba alta.
Tutto è durato meno di tre secondi, per me, ore interminabili. Lei non si muove, non dà segni…

Mi fermo, lasciando cadere la mia moto nell’erba, poi corro verso la Pulce, ancora immobile. Chiamo, urlo, ma senza risposta. Mi avvicino: gli occhi sono aperti, sta piangendo, il mento è coperto di sangue: maledetto Jet! giuro a me stesso che da ora in poi userò sempre l’integrale (come il mio, rimasto a casa…)

Al mio: “Tutto a posto ?” risponde debolmente “Sì…”. Vista la violenza dell’urto, è già un primo buon segno.
Vorrebbe muoversi subito e la prego di stare tranquilla mentre le chiedo dove sente male e se può muovere gli arti: tutte risposte positive… e finalmente arriva il capogruppo, dopo interminabili minuti.

Si preoccupa subito dello stato dell’infortunata ma tira un paio di bestemmie all’indirizzo della moto (“È la mia vecchia moto… ora è da buttare…”). In due rimettiamo dritta la CB che sembra stare meglio della pilota: faro e cruscotto letteralmente esplosi ma tutto il resto pare intatto; addirittura i retrovisori sono ancora a posto, senza un segno… ma il miracolo è la Pulce, indenne!
L’aiutiamo a rimettersi seduta. Si sfila da sola il casco, le mani tremano ma sta evidentemente bene, abbastanza bene, almeno…

Per un momento immagino il sopraggiungere di un dei tanti camion al momento sbagliato… e rivedo la violenza dell’urto, il corpo roteante nell’aria, lo schianto del casco contro la spalletta… non so se è più scioccata lei o lo sono io…

Il capo riparte, va a chiamare la macchina e a tranquillizzare gli altri, un chilometro più su. Nel frattempo, il traffico si è bloccato e da un autobus scende addirittura un medico che si occupa della Pulce, le scruta negli occhi aiutandosi con una pila, le medica le ferite, le benda il mento e si complimenta per la fortuna… “Una persona più pesante si sarebbe sfracellata…” dice allegramente e fa l’occhiolino all’indirizzo dei miei novanta chili… sento di odiarlo…

In attesa degli altri, facciamo il punto dei danni. L’abbigliamento ha fatto il suo dovere: i guanti sono scartavetrati sui palmi ma le mani non hanno subito nulla; casco (mento a parte), giacca e protezioni hanno funzionato ed anche il paraschiena ha lavorato bene. Invece i jeans (normali e griffati) sembrano passati al tritacarne ma, fortunatamente ci sono solo dei graffi sulla pelle, mentre le ginocchia si stanno gonfiando.

Venti minuti ed arriva l’Aro, la Pulce sale a bordo e io propongo di caricare anche la moto nel retro ma dopo averla guardata e riguardata uno prova a rimetterla in moto: e la moto parte, al primo colpo! La forcella, magari, qualche danno lo ha subito ma niente di visibile ad occhio nudo: uno dei passeggeri dell’auto la riporterà a valle, seguendo Aro e Pulce diretti all’Ospedale.

Mi è passata la voglia di gita ma raggiungo tutto il gruppo che trovo stravaccato sul prato davanti al rifugio che era la nostra meta. Era rimasto un solo tornante e qualche ampia curva (con l’asfalto stranamente perfetto) ed anche la strada si allarga sensibilmente.
Ritrovo il gruppo, dove sono tutti preoccupati per lo stato di salute della Pulce ma (giuro!) capto un commento a mezza voce alle mie spalle (voce di maschio croato): “Non era meglio se succedeva a uno del coro? A lui non servono le mani…” Per il sollievo di aver visto l’amica sorridere, lascio perdere… ma, accidenti! c'è davvero un bel fondo di marcio in qualcuno, anche se è un motociclista... e me ne vado in bagno, a vomitare…

Poi, mi guardo allo specchio e, quasi, mi spavento: sembro un allucinato, sembro essermi truccato con la fuliggine… e scoppio a ridere, ridere, ridere… ma sì: Pulce è viva, è tornata da lontano, molto lontano! Tra tre giorni ritornerò a casa! La vita è bella! C’è il sole…
ho fame…

Per tre notti mi sono svegliato di colpo, il rumore di una moto che striscia sull’asfalto, il tonfo sordo di un corpo nell’erba. L'incubo si aggira ancora per le mie notti.

 

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Commento di: motobook il 08-07-2010 19:59
cavolo non deve essere stata una bella esperienza =( ma non ho capito :"Non era meglio se succedeva a uno del coro? A lui non servono le mani…" che c'entra a lui non servono le mani??
Commento di: Tropik il 08-07-2010 22:13
che centra il coro?
Commento di: Pulce911 il 09-07-2010 10:27
Leggi l'inizio. La Pulce del racconto è un oboista, sono un gruppo di orchestrali.
Commento di: robyracing46 il 08-07-2010 20:00
mi viene solo da chiederti,ma con che razza di gente esci?
e le strade italiane non sono già abbastanza pericolose?
ora andiamo a percorrere anche quelle croate.
Commento di: mario300 il 08-07-2010 23:03
evidentemente la Pulce suona e non canta !! sbaglio Giò? abbracci....
Commento di: ory il 09-07-2010 00:50
Caspita Giò.... che strani compagni di viaggio!!! ....,porta i miei auguri alla Pulce...
Commento di: Narukage il 09-07-2010 01:38
Sempre integrale il casco u.u
Commento di: Rakom il 09-07-2010 15:47
Già cadere è una brutta esperienza, ma veder cadere un'altro è ancora peggio, vedi tutto quello che succede, cose che quando cadi non noti o che comunque non ricordi...

L'importante alla fine è non essersi fatti niente, però come gruppo non mi sembra ottimo, anche se la gente tira alla fine bisogna aspettare tutti, proprio per evitare di far correre chi aveva in mente di passare una giornata tranquilla...

Comunque Auguro una pronta guarigione alla "Pulce" ; )
Commento di: Ospite il 09-07-2010 21:01
Johann, dannato genio, scrivi benissimo... se penso che ho letto questo articolo per caso... quando scrivi qualcosa, lascia detto nell'Isola... bisogna dire a Maurizio di preparare una bacheca... ;o)

Considerazioni:
1) strade così ce ne sono da tutte le parti, in Sardegna per fare un esempio... bisogna stare attenti e proteggersi bene;
2) le CB sono industruttibili, lo so perché l'ho sperimentato;
3) gli orchestrali sono tutti mezzi matti, come i motociclisti, ne consegue che gli orchestrali motociclisti sono tutti matti: un mix affascinante;
4) i pregiudizi maschili sulle motocicliste sono duri a morire: bisogna lavorarci su;
5) inspiegabilmente ho una voglia matta di andare in Croazia... se penso poi che c'è quel paradiso terrestre che risponde al nome di Plitvice;
6) un mega augurone a Pulce, che si riprenda al 100% e che la botta al mento non le abbia lasciato cicatrici.
Commento di: hanno il 10-07-2010 17:41
Immenso Iskander:

Speravo che apprezzassi... al tuo giudizio tengo molto!
Io Plitvice la conosco bene, e non è esagerato paragonarla al Paradiso in terra... chissà se, una volta nella vita, ci incontreremo là ?...

Lamps
Commento di: motociclope il 12-07-2010 16:14
Giò. . . . brutta cosa, per fortuna che la ragazza non si è fatta tanto male. A volte la gente non capisce, non arriva a d avere un minimo di sensibilità per frenare la lingua. Insomma, perde una buona occasione per stare zitto. O zitta. Ne ho un ricordo anch'io di certa gente. Se ti farà piacere, te lo racconterò quando ci vediamo.
Complimenti, Giò, scrivi davvero bene.
Commento di: vufered750 il 14-07-2010 21:16
Sono cose che possono capitare...si sa che la caduta ci è compagna x tutto il viaggio ma l'importante è potersi rialzare..possibilmente interi...
Commento di: Ospite il 15-07-2010 22:07
Ciao.. leggevo e rivedevo la mia di caduta..
Io però per non finire sotto un camion (non sarei stato qui) mi sono schantato su un muro, e la moto su di me.
Giuro, le stesse sensazioni ancora oggi: il rumore del ferro sull' asfalto, le immagini che scorrono velocissime, ed un rumore(l'impatto) col quale mi svegliavo di notte.. sentivo sempre quello..
Ossa rotte ma tanta fortuna! E tanta ne auguro a tutti: prego ogni volta che sento accelerare una moto, visto che io non posso farlo più.