C’è chi si tiene il capo con le mani, chi è sul ciglio e guarda verso il basso, chi sopraggiunge e chi si lascia sfuggire un imprecazione a detti stretti.
Sono sul margine della carreggiata e guardo di sotto.
Il costone scivola quasi a picco per diversi metri in una scarpata pietrosa puntellata di fieno e rocce.
Grossi macini granitici dalle mille spigolature, come quelli che si usa sistemare come frangiflutti lungo i moli dei porti.
Lì sotto, silenzioso ed inerte, il corpo di system riverso tra due grossi blocchi.
Poche parole possono dipingere una scena del genere, talmente grottesca e innaturale la posizione in cui giace, il primo pensiero che mi coglie e che per lunghi attimi non mi abbandona è che la tragedia ha capitolato nel peggiore dei modi.
Riverso a testa sotto, il corpo dinoccolato con un braccio ricurvo lungo la schiena e le gambe piegate all’indietro.
Mi inerpico in una perigliosa discesa con lo sguardo fisso su di lui, mentre i primi gli sono già accanto.
Si muove.
Il sole arroventa le rocce e in alto il rumore dei veicoli che sopraggiungono e si allontanano.
Pcsystem allunga le braccia e afferra alcuni sassi nel tentativo di strisciare fuori da quel cunicolo in cui è incastrato ma in tanti lo bloccano e lui strizza gli occhi e farfuglia alcuni concetti che non riesco a cogliere.
Randal è sopra è ha già chiamato l’ambulanza mentre tra sguardi attoniti e facce buie si assiste ai primi soccorsi.
Si dimena e cerca i girarsi, improponibile lasciarlo in quella posizione, si muove tirandosi via con la forza delle gambe; poi lo sento parlare.
I primi terribili interrogativi muoiono sul nascere.
Sto bene, asserisce, sto bene.
Muove le gambe e le braccia senza difficoltà, chiede che venga aiutato a ribaltarsi e nonostante i dubbi alla fine ruota col busto e si distende ai piedi di un sasso .
Fa per sfilarsi il casco ma si cerca di trattenerlo, lui non vuole sentire ragioni e se lo leva mostrando un viso pallido ma espressivo.
Dove hai picchiato? cosa è successo? senti fitte da qualche parte?
Si susseguono istanti densi di apprensione, scanditi da infinite domande e altrettante lucide risposte.
“L’ho sbagliata, l’ho semplicemente sbagliata in pieno.”
Ricordo questa frase fra tutte perché la indirizzò alla mia persona, ed io sfilato anche il giubbotto mi sedevo e continuavo ad ascoltare.
“Ho preso una botta alla schiena ma sto bene” ci rassicura.
Ci avvicendiamo sul posto senza soffocarlo e ora che il peggio è scongiurato c’è chi come me si preoccupa anche di sgombrare la strada dai mezzi.
Il telefono di Randal squilla due, tre volte; l’ambulanza trova difficoltà a raggiungerci e le nostre indicazioni servono a poco.
I minuti si susseguono e lo sguardo affaticato di system lascia presagire che prova dolore in molti punti.
La zavorrina di Gnomo è con lui adesso, gli parla e gli tiene compagnia visto che dopo i primi momenti adrenalinici pare subire un pesante calo fisico.
In molti sul ciglio della strada passeggiano nervosamente scambiandosi frasi con tono basso e carico di commozione.
Per un attimo mi tornano alla mente i momenti felici lungo i declivi di San Priamo, poi la mente torna assorta in buie riflessioni senza fine.
Butto lo sguardo sulla moto e ne constato i danni.
Il muso è andato, così come le forcelle, il manubrio, le leve, le carene e un paio di collettori che devono aver picchiato su un sasso.
Più indietro, appena finita la strada e in prossimità del dirupo, un fosso ed erba strappata dal suolo; è lì che la moto l’ha disarcionato, scagliandolo in terra e giù lungo il crinale.
Quando trenta minuti sono già passati siamo ancora sotto il sole che picchia e scalda l’aria tutt’intorno.
Aspettiamo fiducioso ma sempre più insofferenti di una situazione che si protrae e spossa corpo e mente.
Ne approfittiamo per ridefinire il tutto.
Appurato che system non ha subito almeno apparentemente danni gravi dobbiamo aspettare il suo trasporto in ospedale e l’arrivo del fratello per caricare la moto nel furgone.
L’umore è a terra e pranzare a Cagliari è un idea da abbandonare oramai.
Inizia a farsi largo nella mente il pensiero di abbandonare i nostri progetti i gloria, o almeno in parte.
Prima di tutto però è meglio verificare le condizioni meteo dall’altra parte dell’isola.
Giocano un ruolo determinante ai fini logistici, quei membri della comitiva che non hanno per diversi motivi potuto partecipare al giro.
Ducas e Oceano, con cui mi tengo costantemente in contatto mi informano che a Sassari è sopraggiunto il diluvio universale e secondo le loro stime la forte perturbazione scivola verso Sud.
Siamo ad un punto morto, sconfitti nell’animo e afflitti da un avvenimento talmente negativo da falciare entusiasmo ed ambizioni.
Rimuginiamo continuamente quando dopo l’ennesima segnalazione in lontananza si scorge l’ambulanza sopraggiungere.
Pochi istanti dopo eccola sostare nello spazio erboso a ridosso delle moto.
Il medico di bordo e altri due infermieri si precipitano, barella spinale alla mano, verso il nostro povero compagno.
Lo circondano e si assicurano delle sue condizioni prima di adagiarlo sulla lettiga e sollevarlo non senza fatica portandolo in una zona più sicura per la risalita.
System indossa i suoi occhiali da sole, bardato di tutto punto e con il collare, si lascia andare ad un saluto generale, prima di scomparire dietro le porte dell’ambulanza.
“Lo portiamo all’ospedale di Muravera”, dopodiché si allontanano lasciandoci soli e sempre più tristi.
Ci troviamo stranamente spaesati, in una situazione a dir poco pesante e malinconica.
Dobbiamo attendere l’arrivo del furgone e nel mentre c’è chi cerca riparo dalle ore più calde della giornata.
E’ strano penso, verso Nord piove a dirotto e noi qui ad abbrustolire piano piano.
Dicevo che si cercava di ridisegnare le tappe della nostra traversata, proprio per questo, l’ipotesi più avvalorata è quella di raggiungere Cagliari e poi direttamente Oristano lungo la 131.
E’ questo il primo vero segnale di resa.
Sappiamo tutti benissimo che non è più possibile procedere secondo il calendario originale ed è arrivato il momento di correre ai ripari e sacrificare parte del tracciato.
Consolidata un minimo di volontà a procedere in ogni caso, la cosa più ovvia e sensata risulta appunto raggiungere Oristano, capolinea della prima giornata, in orario.
Avremmo come già anticipato, raggiunto il capoluogo e poi in tutta tranquillità tagliato chilometri e recuperato il ritardo accumulato sulla veloce e diretta strada statale.
Parve l’unica soluzione, sacrificare il minimo indispensabile per garantirci un proseguo senza ulteriori difficoltà.
Passa il tempo e mi sembra di vivere una di quelle scene da reality tv.
Daimond e Randal si offrono di raggiungere il borgo più vicino e zaini sulle spalle, recuperare viveri per il gruppo, così mentre noi aspettiamo l’arrivo del furgone, Alberto attende notizie dall’ospedale.
Sono le quattordici quando finalmente sopraggiunge il fratello di system.
Metri di corda e forti braccia all’opera; bisogna sollevare la moto distrutta e assicurarla all’interno del cabinato.
Venti minuti buoni in cui lavoriamo dando una mano come meglio ci riesce.
Quando tutto sembra in ordine e ci stiamo ancora interrogando sulla dinamica dell’accaduto sopraggiungono le prime notizie dall’ospedale.
Controlli e lastre scongiurano danni seri a ossa e organi, si procede esaminando localmente eventuali traumi.
E’ già un sollievo.
Il furgone si allontana e in pochi minuti anche i nostri scout in perlustrazione tornano al campo base.
Pane e prosciutto è il bottino racimolato, ora possiamo finalmente muoverci e cercare una zona in cui riposare i nostri corpi accaldati.
Sono più che felice di salutare questo posto maledetto, nemmeno uno sguardo o una foto, so bene che nessuno ci tiene a rivivere questi momenti o rivisitare tali immagini.
Percorriamo la curva e allunghiamo proseguendo nella stessa direzione in cui eravamo diretti ore prima.
Finalmente il vento rinfresca e refrigera la pelle sudata, sulla sinistra il mare compare come un miraggio bellissimo; inspiro aria di libertà quando finalmente intorno a me tutto comincia nuovamente a muoversi.
Nemmeno un centinaio di metri più su raggiungiamo uno spiazzo ricavato ai bordi della carreggiata.
Ci sono una lunga balaustra in metallo e diversi sedili di cemento per tutta la sua lunghezza; parcheggiamo e in pochi minuti i primi panini vengono distribuiti,
Approfitto dell’unico riparo all’ombra di uno di quei monoliti che segnalano la fine della frazione in cui ti trovi e nel frattempo finisco il rancio silenzioso e fin troppo accaldato.
Ascolto frammenti di discussioni a caso e il tema principale rimane sempre e comunque quello.
Nonostante tutto rispuntano i primi sorrisi e a volte una sonora risata.
Non ci tratteniamo più del necessario, il tempo di spegnere i languori e rinfrescarsi con una salvietta, che rimontiamo in sella e superiamo Castiadas.
Villasimius dista non più di quindici chilometri e un volta approdati nei leggendari tornanti che la collegano con il capoluogo stimiamo un oretta circa di marcia, traffico permettendo.
Procediamo con ritmo deciso sbranando letteralmente quei pochi chilometri che scivolano in scioltezza, complice anche la necessità di buttarsi nuovamente a capofitto nella nostra piccola avventura.
Veloci e senza indugio quindi, raggiungiamo San Pietro e la strada punta inesorabile verso sud.
Il mare continua a farci da splendida cornice e mentre in formazione consumiamo le ultime curve e Villasimius ci è finalmente alle spalle, posso sentirmi per la seconda volta dall’inizio del mio viaggio entrare in terreno in caccia.
In pochi possono dire di non conoscere la strada che collega Cagliari a Villa, (così la chiamano i suoi ammiratori), e quelli che lo ammettono, lo fanno con sentita vergogna, perché in rari altri punti dell’isola hai la possibilità di mettere alla prova le tue doti di centauro quanto in questa fantastica tratta.
Sessanta chilometri da veri intenditori, a ridosso di uno dei mari più belli dell’isola, immersi in quello straordinario stato d’animo che solo un posto come questo può suscitarti.
Nel perpetuo tentativo di raggiungere i propri limiti in molti giungono in questa tratta dal sapore antico, dove ogni curva è preludio di un'altra curva e ad ogni tornante senti di doverti mettere in ballo, in un ambiente dove ogni tuo gesto è finalizzato al successivo; costante anticamera di un movimento che per divenire armonioso e perfetto, devi sentirtelo scorrere dentro.
E’ così che intendo questa strada e probabilmente così la intende chi la percorre quotidianamente.
Purtroppo è questa un strada densamente trafficata, soprattutto il fine settimana, tanto da rendere veramente difficoltoso tenere un passo allegro per tutta la sua percorrenza e in gruppo può risultare difficile rimanere vicini.
Ecco quindi sopraggiungere le prime curve, mentre incolonnati alle auto le affrontiamo con piglio sicuro. Procediamo pari passo per buona parte dei primi chilometri, impossibilitati a risalire la fila mentre ora a destra, ora a sinistra, oscilliamo inanellando repentini cambi di direzione.
E’ un continuo movimento che tende ad inebriarti con il suo costante incedere, fino a quando i primi tornanti spezzano la sua regolarità; una, due marce sotto e si ricomincia.
Proprio quando inizi ad esprimerti con costanza purtroppo, devi rallentare e aspettare il momento opportuno per scavalcare la fila.
Ci distanziamo per recuperare prontamente la formazione poco più avanti con le dita spesso a salutare i colleghi che procedono in senso opposto.
Un allungo in salita, un alto tornante e il panorama muta improvvisamente.
Proprio sotto di noi, lunghe strisce di sabbia baciate dal mare, riflessi azzurri che illuminano il panorama e ci accompagneranno per tutta la via, fin dentro Cagliari.
Per la seconda volta rimpiango di non poter immortalare le svariate e magnifiche immagini che si susseguono, ma sono altresì convinto che sarà anche una sufficiente motivazione per tornare a visitare una strada che per quanto bella deve assumere connotati splendidamente mutevoli ad ogni ora della giornata.
L’ennesimo tornante è un tuffo nel blu, quello chiaro e velato del cielo e quello freddo ed intenso del mare.
Lo percorriamo in rapida successione e da dietro mi è chiaro quanto chi conosce bene queste strade ne affronti la parabola con maggiore decisione.
Ora i primi camion ci costringono ad una marcia inferiore e per diversi minuti rimaniamo accodati non senza scalpitante ansia, in attesa del momento opportuno per scaricare a terra un mandria di cavalli e volare avanti.
Daimond ne approfitta e con la stessa velocità con cui la porta di un saloon ondeggia, si piega prima da una parte e poi dall’altra, letteralmente teletrasportandosi in avanti.
Uno o due lo seguono, io rimango indietro con Lawer e aspetto un momento più consono alla mia pigra andatura.
Sono certo che la mia zavorrina apprezzi.
E’ infatti risaputo che nonostante chi guidi avverta la necessità di procedere con passo pronto e spumeggiante e da questo provi indubbio diletto, chi siede dietro vive il viaggio con minore apprensione, assaporando quello che lo circonda con assoluta rilassatezza e felice di sentirsi trasportati, piuttosto che strappato ai propri pensieri da un improvvisa accelerazione o un inaspettato cambio di direzione.
Stiamo percorrendo uno dei pochi tratti diritti ma non è possibile portarsi avanti che nell’altra corsia procedono appaiati e senza concedere spunti.
Un collega che sopraggiunge in senso opposto è appena sbucato dietro una curva e per poco finisce la sua corsa contro il radiatore di un camion che ci precede.
Sobbalzo e lo osservo salutare con i fari il suo mancato mattatore.
Due, tre tornanti di fila in discesa, fortunatamente è possibile assicurarsi di non incrociare veicoli per cui disegnare una generosa parabola non è un azzardo; in rapida successione ci portiamo parecchi metri più sotto e procediamo pari passo.
Solanas, Torre delle stelle e Geremeas sfilano alla nostra sinistra e quando anche Terra Mala ci saluta siamo oramai a livello del mare.
Le curve scemano in scialbi rettilinei e la costa, con i suoi promontori si trasforma in una lingua di sabbia che ci scorta per lunghi chilometri.
Via Lungo mare del golfo e le sue rotatorie; siamo approdati alla spiaggia del Poetto e ai suoi innumerevoli chioschi.
Ci fermiamo in uno dei primi parcheggi dove ci raggiunge Rehi_hime, la ragazza di Randal e dove dopo aver dato sollievo alle gole riarse decidiamo in quale chiosco approdare prima di puntare direttamente verso Oristano.
Il vento prende a soffiare con vigorose sferzate, i miei informatori dicono che nel nord dell’isola ha smesso di piovere ma minaccia costantemente un cielo plumbeo e inaffidabile.
Raggiungiamo il bar sulla spiaggia quindi, organizziamo un paio di tavolini e ci rilassiamo lasciandoci andare a chiacchiere senza notevole spessore.
La stanchezza è una compagna costante di questo viaggio, ma quando hai la possibilità di squagliarti anche pochi minuti in un luogo come questo, diventa pericolosa e impigrisce corpo e mente.
C’è chi come me corre ai ripari con la caffeina; coca ed espresso compaiono sui nostri tavoli, un gelato o due e poco altro.
Arrivano ulteriori conferme sulle condizioni di system e oramai anche i più scettici si permettono un sospiro di sollievo.
Alle … è tempo di rimettersi in marcia.
Sistemiamo le vettovaglie, selliamo i cavalli con le borse e conveniamo sulla strada da percorrere.
Un bancomat per Afrika e un distributore per alcuni di noi, uniche tappe obbligatorie prima di arrivare sulla strada statale 131 e puntare dritti per Oristano.
Non passa molto tempo che facciamo capolino sulla quattro corsie più famosa dell’isola e oltre alla “capitale” salutiamo i primi di noi.
Randal e Daimond non proseguiranno, il tempo è troppo incerto e non se la sentono di proseguire.
Il primo ci ha scortato fino all’uscita di Cagliari, il secondo percorre il primo tratto dello scorrimento veloce con noi quando ad uno dei bivi si congeda.
E’ triste penso io che sia durato così poco, entrambi personaggi carismatici e dalla piacevole compagnia; sono sicuro di non essere l’unico a ripromettersi un nuovo incontro il prima possibile.
Il primo tratto della strada è ovviamente trafficato, siamo già d’accordo per lo svincolo da raggiungere per evitare che qualcuno perda di vista il gruppo; procediamo dunque lungo una striscia d’asfalto che pare perdersi in lontananza in un cielo sempre più cupo.
E’ decisamente un brutto presentimento quello che avverto ma oramai ci ho fatto l’abitudine.
Cagliari-Oristano (Correre ai ripari)
Del centinaio di chilometri che ci separano da Oristano non ci sono molti particolari degni di nota. Procediamo verso Nord lungo la strada più monotona che esista, assecondando la stanchezza con una posizione in sella più turistica e meno impegnativa.
Tanto per non smentirci facciamo sosta praticamente a tutti i distributori della 131 visto che ognuno di noi vuole rifornire al proprio impianto e chi se ne frega se sembriamo un branco di scemi, siamo motociclisti, mica strateghi.
Visitando quindi le nostre amate stazioni di servizio ci avvicendiamo più volte alla testa del gruppo, separandoci e riavvicinandosi lungo tutto il tragitto.
Quando davanti a noi il cielo è veramente preoccupante iniziamo a rassegnarci alle prime gocce.
Così è, pochi minuti dopo un insistente ticchettio imperla la visiera, ma è solo la triste overture ad un acquazzone che pochi chilometri dopo ci investe con forza, flagellandoci, complice la normale velocità di crociera tipica di queste strade.
Alcuni tratti dell’asfalto non drenano a dovere e più volte ti sembra di camminare sulle acque con il terrore folle di dover toccare i freni.
Guardinghi e assolutamente concentrati procediamo non senza le solite interruzioni.
Fuori le casacche antipioggia per le borse da serbatoio, e c’è chi come Alberto combatte il freddo indossando pantaloni scaccia acqua e mantellina.
Saremo sotto la pioggia da meno di venti minuti che ci lasciamo le nuvole alle spalle e in poco tempo anche l’asfalto assume un colorito più dignitoso.
Pozzanghere tempestano ancora la strada e spruzzi d’acqua si sollevano continuamente al nostro passaggio, tanto che il mio posteriore sbeffeggia per lungo tempo Afrika con un fastidioso zampillo.
Durerà ancora poco, finalmente asciutti raggiungiamo lo svincolo per Santa Giusta e lo imbocchiamo, direzione Oristano.
Raggiungiamo finalmente casa di Gnomo, dove possiamo riposare e organizzare le ore seguenti.
Mentre il padrone di casa finisce di pianificare con il B&B da lui contattato per assicurarci un degno alloggio, visitiamo il suo canile; allego qualche foto tanto per dare giusto vanto ad un posto organizzato come si deve.
Un tripudio di versi e latrati ci saluta e non è possibile rinunciare ad un giro tra le varie gabbie.
Cuccioli dal pelo color latte saltellano come molle impazzite desiderose di un minimo di considerazione.
Il sole ha già intrapreso la sua parabola discendente e il solo pensiero di potermi finalmente abbandonare sotto una doccia calda mi rende decisamente più sereno e affabile.
Il palinsesto della serata è già definito.
Mentre noi avremmo sistemato i bagagli nell’ostello e ci fossimo rilassiamo il tanto da riprendere vitalità e sentire i morsi della fame, Gnomo e la ragazza avrebbero preparato il fuoco e da buoni padroni di casa imbandita la tavola.
Trovo una chiamata di system nel telefono, lo richiamo e finalmente ci parlo.
Lo trovo sereno ma visibilmente sofferente, mi rassicura sulle sue condizioni poi tocca a me rassicurarlo che la nostra avventura non si è fermata per causa sua e che nonostante il terribile dispiacere abbiamo proseguito.
La cosa lo rasserena ulteriormente, dopodiché ci salutiamo.
Raggiungiamo quindi i nostri alloggi e recuperiamo le chiavi di casa.
Abbiamo a disposizione due piani di una piccola palazzina, stanze e arredamento sono ben curati e non mancano di comfort.
Finalmente il tanto agognato momento arriva e lo faccio durare il più possibile, poi asciutto e pulito faccio ordine nei bagagli e testo la comodità del materasso; sono sicuro che stanotte dormirò come un sasso.
Quando sono finalmente pronto e in attesa che anche la mia ragazza lo sia, aspetto in corridoio e incrocio un Afrika pimpante e canterino che non trova di meglio da fare che mostrarmi la sua parte migliore prima di scomparire dietro la porta del bagno.
In poco tempo siamo tutti radunati nell’andito, casco al seguito, e via di nuovo verso il terreno di Gnomo che i languori iniziano a diventare fin troppo viscerali.
Quando superiamo i suoi cancelli il sole è appena scomparso all’orizzonte e l’aria già fortemente impregnata di odore di carne arrosto.
Smontiamo e ci raduniamo vicino a quello che poco prima doveva essere un fuoco dalle fiamme vigorose; ora braci e tizzoni ardono e sfrigolano a contatto con il grasso che cola dalla graticola.
Qui ci ha già raggiunti diabolik9, e ad essere sincero non ho avuto la cortesia di presentarmi tempestivamente perché non avendolo mai visto prima non avevo idea di chi fosse, ad ogni modo si chiacchiera allegramente e il tempo passa a suon di battute e risate.
Telefonicamente Ducas mi aggiorna per l’ennesima volta sulle condizioni meteo, io ricambio con un mini report sugli avvenimenti del giorno; sono le 22 e non c’è niente di meglio di una sana abbuffata per salutare una giornata intensa e piena come poche.
Quando finalmente siamo tutti riuniti attorno alla tavolata il tempo delle parole è terminato.
C’è solo un ultima incombenza prima di iniziare, gradita e doverosa secondo tutti noi.
Alziamo i bicchieri al cielo e brindiamo in onore di system lasciando che il primo sorso di vino gli fosse di augurio di pronta ripresa.
Finalmente, forchette e coltelli di plastica alla mano, si attaccano le cibarie e ci si preoccupa solo di soddisfare la propria gola.
E’ tutto squisito e cucinato a puntino, insalata fresca e pane farinoso per i palati più raffinati; signori miei questa è l’apoteosi della gastronomia isolana!
Osservo divertito un Lawer che abbandona le antipatiche posate per le ben più affidabili mani; strappa e azzanna, morde e rosicchia; pochi convenevoli quando è la pancia che urla vendetta.
Sbraniamo come rapiti dalla più completa lussuria culinaria in preda ad un autentico orgasmo alimentare.
Quando finalmente lo stomaco chiede pietà e anche l’occhio, risaputamene più grande della pancia, disdegna l’ennesimo bis, ci sentiamo finalmente paghi e satolli.
Come ogni cena che si rispetti, lasciamo che i più svariati discorsi prendano piede, tanto si sa, qualche bicchiere di vino basta per rispolverare storie e aneddoti, lasciando che il mondo delle moto si congedi molto prima di noi stanotte.
Così finiamo per parlare dell’agnellino che Gnomo da piccolo ha fatto letteralmente scoppiare di latte, delle malattie dei pesciolini rossi e dei personaggi più caratteristici di Oristano.
“Stringi le ali e preparati a partire” diceva un vecchio alla mosca caduta nel suo bicchiere di vino..
Certo che raccontata in dialetto risulta molto più accattivante come storia.
Facciamo orario e le risate si smorzano quando l’aria gelida inizia a raggiungerci dall’esterno.
La digestione incalza e la sonnolenza l’accompagna.
Quando finalmente ci si decide ad alzarsi, riordiniamo e ci salutiamo dandoci appuntamento per l’indomani mattina.
Raggiunto l’ostello e assicurate le moto all’interno del piccolo cortile, non passano nemmeno dieci minuti che le porte si chiudono e i letti ci accolgono, consolandoci per lunghe ore di meritavo e sacrosanto riposo.
Apro gli occhi alle 7:20 che ho ancora le membra intorpidite e la testa pesante dal sonno.
Il tempo di acquistare un minimo di lucidità che vado alla finestra, la spalanco e rimango deluso di fronte ad un cielo grigio e perlopiù minaccioso.
Respiro l’aria frizzante della mattina e mi concedo qualche minuto affacciato sul balcone, poi telefono a mia madre per sapere se verso nord la situazione migliora.
Pare che oggi il clima sia comune in gran parte dell’isola; brutto segno.
Mi lavo e sistemo minuziosamente le mie cose mentre la mia amata zavorrina riordina lo zaino e tiene pronto il compenso per la stanza.
Afrika e Lawer con le rispettive compagne ed Alberto, sono già pronti così insieme raggiungiamo il piano sottostante per fare colazione.
Si parla della pioggia che ci perseguita e delle previsioni ascoltate alla tv poco prima; mestamente riempiamo le chicchere di latte e caffè e sgranocchiamo quanto ci viene messo a disposizione.
I galletti del mulino, che buoni..
Pagate le stanze e ringraziata la signora che ci ha ospitato raggiungiamo il cortile e sistemiamo i bagagli.
Alcune minuscole gocce cadono sui sellini che già si mostrano con un sottile velo di umidità appiccicato sopra mentre ci indaffariamo per raggiungere casa di Gnomo, così dopo esserci riuniti salutiamo la cittadina percorrendo le sue vie in attesa di tuffarci nella seconda giornata di viaggio.
Oristano-Tergu (Quel che porta il nuovo giorno)
Guadagnamo l’uscita nord e imbocchiamo la strada statale 292, percorrendo quella che si rivela un lungo tratto che ha ancora lo sterile sapore della 131.
Si susseguono svariati chilometri scanditi da un territorio monotono e ripetitivo, sensazione maturata per via di un viaggio che ci ha regalato emozioni ma soprattutto immagini e panorami mozzafiato.
Quando si trascorrono ore ad ammirare paesaggi e visuali che paiono dipinti dalla più maestra delle mani normalmente tutto quello che ti circonda degrada nella normalità ed è priva di fascino; l’inevitabile contorno di una tela che non ti rapisce se non si mostra per quel particolare in più o rivelandosi in un indimenticabile quanto inatteso scorcio.
E’ con questo spirito che vivo i primi minuti di viaggio, dopodiché inizio ad assumere un atteggiamento meno disilluso e torno ad apprezzare quello che mi circonda con l’occhio di chi sa che c’è sempre qualcosa che valga la pena di essere osservato e vissuto in quello che ti circonda; ogni momento è unico nel suo genere e i suoi colori, così come le sue forme e i suoni che lo caratterizzano, lo rendono una circostanza che difficilmente avrai il piacere di rivivere.
Proprio mentre rifletto su questo e ne assaporo la consapevolezza non posso che apprezzare maggiormente il gusto di aver preso parte a quest’avventura con la mia compagna.
Non è la riflessione di un momento che mi porta verso la considerazione di uno dei piaceri più belli della vita, ovvero quello di condividere le cose con le persone che ami, quanto il naturale progredire di un percorso che senti tuo solo dopo che l’hai pienamente affrontato.
Così, quell’eterno sorriso che scorgo nella zavorrina di Gnomo, così come la serenità della compagna di Afrika, o ancora la risata della moglie di Lawer, e per finire gli sguardi della mia ragazza, mi fanno convenire con assoluta risolutezza che non esisterebbe piacere di vivere questa esperienza se non in questo unico modo.
Nuraghi e Riola Sardo sono vicine.
La strada statale prende presto il nome di Corso Eleonora, via stretta e percorribile solo incolonnati.
Procedendo adagio superiamo in breve tempo il centro del primo paesello e ci accolgono lunghe file di pini e pioppi lungo il margine della strada; il profumo del verde misto all’umidità della notte è piacevole e penetrante.
Quando la via diventa Umberto I siamo ormai nel cuore di Riola Sardo, tre o quattro leggere deviazioni e finalmente, proprio quando ci lasciamo le sue case alle spalle, un ponte di appena cinquanta metri ci permette di raggiungere la sponda opposta di un canale dalle basse acque; lo stagno di Cabras e a poche centinaia di metri alla nostra sinistra e se aguzzi la vista, ne scorgi le vaste risaie.
Una decina di chilometri ci separano dalla costa e in questo tratto di strada li percorriamo in pochissimi minuti.
Ancora una volta sollevo il capo al cielo e per l’ennesima volta sono felice di constatare che il vento spazza le nuvole al nostro passaggio.
Se la fortuna ci assisterà, anche questa, forse, sarà una giornata in cui potremo stare all’asciutto, nel frattempo un piacevole tepore inizia a diffondersi lungo la via.
Oramai in lontananza, dritto di fronte a noi, è possibile distinguere lo specchio azzurro del mare baluginare sotto un sole ancora timido e per nulla insistente; ne colgo piacevolmente il fascino, poi la strada si pronuncia finalmente in un paio di curve a gomito.
Scendiamo per un dolce pendio percorrendolo in stretti tornanti incastonati lungo ripide pareti rocciose e macchiate di un verde pallido mentre i colori mutano velocemente in favore di tonalità di giallo rosa e bianco; tra non molto sarà possibile scorgere pochi metri più avanti il placido progredire di una lunga striscia sabbiosa a ridosso del Mar Mediterraneo.
Un ultima curva ancora e poi siamo a ridosso del mare, una discesa sabbiosa sulla sinistra e la strada che prosegue fin dentro S’archittu.
E’ questo uno stretto paese che si affaccia sul mare e abbraccia in tutta la sua lunghezza un piccolo bellissimo golfo dalle alte coste.
Percorrere la sua strada principale vuol dire dividere lo sguardo a destra tra piacevoli e verdi colline sulle cui pendici spuntano una miriade di case bianche dal tetto rosso, e a sinistra tra accattivanti strapiombi dalle rocce giallo sabbiose.
Il costante incedere del mare ha mutato nei secoli questi caratteristici costoni in profonde insenature dove l’occhio non può arrivare ma che indubbiamente producono un effetto visivo impressionante, e spuma e fragore di onde sale per parecchi metri lungo le sue sponde.
Più avanti, lì dove la costa degrada più dolcemente e scivola tuffandosi in un mare cristallino, si sollevano dalle acque dei placidi isolotti che affiorano per poche decine di metri in lunghezza.
Il loro timido emergere, ora di un paio di metri, ora di pochissimi centimetri, dona armonia e pace al panorama, e alcuni di questi, dalle sponde grigio perlato, luccicano come dorsi di cetacei che riposano in superficie.
Proprio su una di queste compare “La torre di su Puttu”, antica fortificazione spagnola costruita come presidio di guardia a difesa di una costa bramata e contesa; un costante occhio vigile rivolto verso il mare più limpido ed immerso in un panorama dal sapore antico.
Ma per quanto speciale possa sembrare, non è certo unica nel suo genere.
Basta poco infatti per scivolare fuori dal paese ed entrare a Santa Caterina di Pittinuri, dove si scorge distintamente la seconda torre della baia e dove un susseguirsi di immagini dalle tinte alabastro rendono questi due borghi simili e il naturale proseguo uno dell’altro.
A differenza del precedente però, questo si distende lungo i versanti di un colle che accoglie strade e vie molto caratteristiche e assolutamente godibili a bassa velocità; uno o due bed and breakfast compaiono lungo il nostro percorso e la mia zavorrina memorizza in previsione di una futura visita in questi posti incantevoli.
Procediamo strappati alle nostre attenzioni da forme e figure affascinanti e seducenti, quando per l’ennesima volta la strada vira verso l’interno e a malincuore salutiamo il mare; la prossima volta che ci riaffacceremo alle sue coste saremo arrivati a Bosa.
Ora attraversiamo una miriade di campi coltivati dalla forma regolare e un lungo rettilineo ci scorta per una decina di chilometri in direzione Nord-Est, verso Cuglieri.
Proprio alle porte del paese, la strada inizia sensibilmente a salire, lungo stretti tornanti che si susseguono con piacevole cadenza.
Una marcia in meno e via, tra uliveti, orti e frutteti, chiudendo curva dopo curva e facendo salire il motore fino a sentirne il canto.
Risalito il colle del versante occidentale del montiferru, a più di 400 metri dal livello del mare, siamo finalmente alle porte del grosso borgo.
E’ uno dei paesi più grandi che abbiamo incontrato, dalla fitta e ramificata urbanizzazione.
Si sviluppa a macchia d’olio su tutto il versante, sovrastandoci alla nostra destra con edifici datati e alle volte nuove costruzioni dai colori sgargianti.
In alto, sopra le nostre teste, proprio dove il colle raggiunge il suo apice prima di degradare verso est, la basilica di Santa Maria della Neve si staglia con le sue alte mura.
Fin troppo rivitalizzanti dalle ultime curve evitiamo di temporeggiare e raggiungiamo l’uscita Nord del paese, dove gli stessi tornanti ci accolgono in un escalation di vivaci parabole discendenti, verso le pendici dell’altura, lungo una strada piacevole e a tratti ombreggiata da alti e vetusti alberi secolari.
Senza indugio accumuliamo chilometri e riprendiamo a puntare verso Ovest.
L’aria si riscalda e nonostante il cielo a tratti sia coperto da banchi di nuvole dalle più svariate tonalità del grigio, il vento è dalla nostra e sventa continuamente la minaccia di pioggia con vigorose sferzate.
Ci vorrà poco per raggiungere Tresnuraghes e i resti dei suoi tre nuraghi.
In pochi minuti l’attraversiamo in tutta la sua lunghezza, percorrendo la strada principale e le sue campagne, lasciandoci alle spalle la storica biblioteca e le rovine dell’antica cartiera che ormai si confondono in un paesaggio selvatico e completamente immerso nella macchia mediterranea.
Ora sono l’ultimo del gruppo, fin troppo coinvolto da queste ultime vedute che preferisco tenermi ad un ritmo più blando.
Chi come me si lascia andare ai più lieti piaceri del viaggio è Lawer, che con la sua zavorrina procedono senza inseguire la curva, lasciando che il mezzo scivoli lungo la corsia come sospinta dal vento fresco di maestrale.
Gnomo, Afrika e Alberto scompaiono dietro le curve per riapparire subito dopo, mentre li vedo ondeggiare in improvvise svolte prima portarsi più avanti e svanire a tratti dietro rocce e vegetazione.
Anticipandoci quel tanto che serve, a volte ti sembra quasi di essere completamente solo.
Tutt’intorno, se il motore non è su di giri, ascoltare i rumori della natura non è così difficile e assecondarne i ritmi, lungo i sali e scendi dell’oristanese, è un allenamento mentale che ti infonde distensione e totale rilassamento.
Superata un'altra curva cieca, quando anche Magomadas è ormai diversi chilometri dietro di noi, incontrato villaggio Turas, siamo di nuovo a ridosso del mare.
Dicono che sia una delle dieci località turistiche più belle d’Italia e io non stento a crederci; Bosa e la sua graziosa frazione Bosa Marina rappresentano l’apice di un paesaggio a dir poco spettacolare.
L’ampia spiaggia ti accompagna lungo tutta la passeggiata mentre costeggiando un mare che quest’oggi si presenta nervoso e intenso, puoi sostare in una delle piazzole dove lasciarti andare alle meraviglie dei suoi scenari.
Il fiume Temo non è distante e nei pressi della sua foce, in cima ad una collinetta, la torre di Bosa domina il panorama.
Proprio a due passi dal mare sostiamo e ci sgranchiamo le ossa.
E’ questo uno dei numerosi parcheggi in cui abbandonato il proprio mezzo difficilmente ci si lascia scappare l’occasione di fare qualche scatto.
Lo sfondo e di quelli suggestivi tipici della costa occidentale, e la cittadina si presta molto bene come cornice di una di quelle foto da conservare nel tempo.
Afrika ed io invitiamo il gruppo a sistemarsi e approfittando della cappotta di un utilitaria bianca facciamo le prove dell’autoscatto.
Uno, due, tre secondi e poi di corsa a mischiarsi alla comitiva; un sorriso solare e l’immagine è intrappolata per sempre dentro le macchine digitali.
Quando la sera le scorrerò una ad una mi soffermerò particolarmente su questa istantanea in cui avverto tantissimo lo spirito del gruppo; mi dispiace solo che System, Randal, Daimond e Diabolik non fossero ancora con noi, altrimenti sarebbe stata degna di copertina.
Non ci soffermiamo a Bosa esclusivamente perché abbiamo la prenotazione in agriturismo per le 13:30 e sono già passate le 11, si conviene di riprendere immediatamente la marcia e fermarsi un ultima volta direttamente ad Alghero.
L’umore è alto e si scherza con gusto mentre pulisco la visiera e sorseggio dell’acqua prima che tutti siano di nuovo bardati a dovere.
Unico inconveniente, la moto di Gnomo non ne vuole sapere di accendersi.
Pare che qualcuno debba sacrificarsi e sostituirti al motorino d’avviamento, ragion per cui afferro una delle staffe in metallo sul retro del suo nevada e lo spingo dentro il parcheggio a forza di gambe e braccia.
Un primo borbottio quando rilascia la frizione, nulla da fare, un altro, insisto, sforzo sulle gambe e spingo con tutta la forza di cui dispongo quando finalmente si alza inconfondibile il frastuono del motore che si riprende.
Raccolgo la lingua da terra e mi adagio sul sellino della mia moto, benedicendo la sua proverbiale affidabilità.
I primi incalzano e riprendono la via che prosegue verso Nord.
Avvio, sollevo il cavalletto, ingrano la prima e con la zavorrina al seguito mi lancio alle spalle del gruppo, ansioso quanto mai di vivere la prossima tratta.
Attraversiamo la striscia di terra che accoglie la piccola frazione pronunciandosi verso il mare in una lunga e dolce appendice del colle alla nostra destra, quando la strada si alza e un ponte dai massicci pilastri ci invita a superare il corso d’acqua che ci separa dalla strada provinciale 49.
E’ qui che per l’ennesima volta dall’inizio del viaggio è tempo di svestire i panni da turisti per calarsi in altri decisamente più accattivanti ed emozionanti.
Sono finiti i momenti delle passeggiate spensierate tra i promontori dell’oristanese, quando potevi abbandonarti ad un prolungato sguardo verso il paesaggio e fantasticare immerso in mille lontani pensieri.
Ora il viaggio cambia radicalmente; ora stiamo per percorrere una delle strade più belle d’Europa; ora dobbiamo rendere omaggio alla Bosa-Alghero.
E’ strano quanto questa epica tratta sia stata nel tempo miticizzata dalla collettività quale baluardo tra gli itinerari più indimenticabili che un motociclista possa avere il piacere di vivere.
Più volte ho letto recensioni dai caratteri chiaramente passionali, frutto di un animo rapito in maniera totale e inconfondibile da un esperienza che pareva trascenderne qualsiasi altra.
Solo adesso che faccio parte di quella nutrita schiera di fortunati, posso dire che la Bosa-Alghero non è una strada; è un istituzione.
45 chilometri come non li hai mai visti, di quelli che ti rimangono dentro e che ti portano a provare quel forte bisogno di ripercorrerla a ritroso immediatamente dopo esser sbucato ad uno dei suoi estremi.
Non esistono, ho ragion di credere, simili percorrenze in tutta l’isola, e se da qualche parte in Italia o nel resto d’Europa qualcosa può eguagliarne la bellezza, beh, non posso mancare di visitarla.
Serro la visiera e vado in cerca della posizione più sportiva possibile, la borsa e il passeggero non aiutano, ma tendo comunque a sentirmi il più possibile vicino alle zone erogene della moto.
Freni, posizione dei talloni, gomiti, ginocchia, impostazione delle mani, tutto deve risultare perfetto e contribuire allo scopo di assaporare quanto più possibile il viaggio.
Come me tutti i miei compagni si propongono nelle tipiche movenze di chi è alla ricerca dell’assetto perfetto, mi compiaccio di provare le loro stesse emozioni e diamo gas in progressione.
I primi chilometri, quelli che ti conducono verso la torre argentina sono di riscaldamento.
Si sale fino a circa cento metri rispetto al pelo dell’acqua e quando finalmente la strada curva decisa verso occidente ti senti come un bambino che è arrivato in cima alle montagne russe.
C’è ancora una lingua di terra di circa un chilometro che ci divide dal mare, presto gli saremo molto vicini, ma ora a questa distanza quello che maggiormente ti colpisce sono le tantissime tonalità di verde che adornano il crinale che ci sovrasta.
In lontananza, dritto di fronte a noi, non fosse per le nuvole che danzano in cielo, non sarebbe nemmeno semplice distinguere la linea dell’orizzonte.
Proseguiamo lungo un veloce tratto che si aggiusta velocemente prima verso destra poi verso sinistra, in un altalenante ma dolce cambio di direzione che pare un onesto invito a scaldare le gomme senza dover sporcare troppo la traiettoria.
Bisogna stare attenti, perché ci sono ancora diversi ingressi secondari e l’asfalto potrebbe rivelarsi improvvisamente sporco.
Pochi istanti dopo la strada sembra quasi tuffarsi nel mare, una secca curva a destra e l’occhio che sfortunatamente non può trattenersi ad ammirare il panorama perché c’è un prima traiettoria da disegnare.
Come seguendo lo stesso copione a turno vedo sfilare le moto di chi mi precede, dopodiché è il mio turno e mi lascio andare ad un inserimento pulito e senza compromessi.
L’asfalto è di quelli granulosi e apparentemente sincero.
Un'altra curva sulla sinistra e poi un piccolo tratto di ulteriore avvicinamento alla costa; il rumore dei motori ora è chiaramente percepibile e la cosa mi entusiasma.
Finalmente, quando la vista oltrepassa il guard-rail, uno spettacolare panorama irrompe attraverso la visiera e mi abbaglia con immagini mozzafiato.
Un lungo crinale roccioso si tuffa verso un mare splendente azzurro smeraldo, scomparendo a ridosso di strisce di sabbia sottile e dai vivaci color perla.
Una varietà impressionante di colori e tonalità tappezzano le creste scoscese che si pronunciando verso l’alto in fieri pennacchi dalle tinge bigie.
Non riesco a scorgere altro che la prossima curva incombe mentre nel senso opposto sopraggiungono veicoli obbligandomi a distrarmi il meno possibile.
Accerchiato un grosso sperone la strada danza parallela alla costa, rivelando lontane alture che ancora si confondono nei riflessi del mare.
Raggiungiamo una fila di macchine e ci incolonniamo in attesa di poterci lanciare all’inseguimento dei prossimi tornanti, quando incrociamo i primi centauri sopraggiunti nel senso opposto.
Nemmeno il tempo di raddrizzare la moto che lampeggiano e salutano, sovente con decisi segni del braccio.
Mai come su questa strada mi sono trovato a guidare con il braccio sinistro costantemente teso nel saluto, in una sorta di costante omaggio che qui rivive del suo vero significato.
Sportiva o nuda, custom o motard, basta che alla prossima curva compaia un motociclista, che sai bene che entrambi in quel momento state rimuginando lo stesso pensiero.
Non è infatti quel torvo sentimento che in altre circostanze offusca lo spirito libero del motociclista, spingendo a mostrarti in tutta la tua arrogante esuberanza che ti assale, quanto la piena consapevolezza che entrambi state vivendo un momento di suprema estasi dei sensi mentre i vostri caschi si incrociano per pochi istanti.
Così questo saluto si tinge immancabilmente di lieto augurio, per le curve a seguire, per le vostre strade che scorrono una agli antipodi dell’altra, per il resto della giornata e per tutte le volte che inforcherete la vostra più grande passione.
Qui il saluto è una vera celebrazione, e non sono mai stato così felice nel sentirmi protagonista di questo rito.
Il primo del gruppo oscilla, accelera e si porta in cima alla fila, seguito in rapida successione dal secondo e dal terzo.
Afrika, Gnomo e Lawer aumentano il passo, li vedo raggiungere la prossima curva, staccare e oscillare verso l’interno; Alberto ed io attendiamo il prossimo momento.
Il tempo di percorrere l’ennesimo arco che scatto sulla sinistra, calcolo i tempi e spalanco portandomi dietro di loro.
Mille e una curva da saggiare, di quelle che non ti tradiscono o chiudono senza preavviso.
Su questo tratto di strada non devi avere timore; se hai testa e il traffico te lo permette puoi toglierti parecchi sfizi e far visita alle zone più pulite delle tue gomme.
La testa del gruppo mi precede di una curva mentre la strada si ritira verso l’interno e scompare abbracciando il fianco dello scosceso crinale.
Mi faccio sotto e li vedo superare un camper, sopraggiungo, mi accodo, arriviamo ad una stretta curva sulla sinistra ma la visuale è piena; chiudo la curva e mi affianco facendo annichilire il tozzo caravan con una progressione da urlo.
Lancio la terza e la faccio esplodere fino ai dodici mila, innesto la quarta e mi porto dietro proprio in inserimento di curva; un larghissimo tornante da prendere di prepotenza.
Lo affronto.
Saltello sulle punte per darmi lo lancio come un portiere sul punto di tuffarsi lungo la linea di porta, poi scivolo dolcemente sulla destra con lo sguardo teso verso l’uscita di curva.
Non sopraggiunge nessuno, continuo a surfare sull’asfalto tenendomi sugli avambracci ma sono troppo veloce e mi raddrizzo.
Sento odore di conquista, tiro verso il me il manubrio e porto la mia moto su limiti per lei ancora sconosciuti.
Sentendo d’un tratto di essere sufficientemente disteso, attendo il punto di corda e subito dopo raddrizzo col tallone e ridò gas.
Mi allontano fiducioso di aver guadagnato un briciolo di fiducia in più nel mezzo e inizio a dosare con più parsimonia i freni.
Afrika è di nuovo a portata, stacca, piega, raddrizza e riprende, Gnomo e Lawer a ruota e io ad inseguire, Alberto una curva dietro.
Ora la strada si arrampica lungo un erto costone, mentre l’asfalto serpeggia tra aspri promontori e rocce aguzze, facendoci salire e ridiscendere in un susseguirsi di larghe e godibili traiettorie.
Ancora incolonnati e il gruppo si ricompone.
Un attimo dopo Afrika è di nuovo avanti ma sarà l’unico a passare; nessuno giustamente azzarda e rimaniamo a goderci per interi minuti il panorama.
Tra un lampeggio e una carezza sulla gamba della zavorrina attendo il mio momento in preda ad un autentico attacco di ansia euforica.
Quando la strada riprende a puntare la costa, la percorre per diversi chilometri rasentandone i contorni in una zona ventilata e baciata dal sole.
Sotto di noi, alcuni impavidi bagnanti e due boe di segnalazione.
L’ennesima curva vincolati a questa monotona processione di automobili.
Mi sporgo e sebbene non abbia piena visibilità affianco la fila e mi tengo incollato nella mia corsia, risalendola come un salmone lungo un fiume canadese.
Scalo e mi porto alla testa del corteo deciso a braccare un Afrika imprendibile.
Quando la visuale è libera mi scrollo di dosso questa cattiva compagnia e gli presento il culo della mia moto, almeno per i pochi secondi in cui riescono a starmi dietro.
Riprendo velocità e festeggio come una barca a vela sospinta dal vento dopo giorni di bonaccia, sferzando letteralmente l’asfalto ad ogni curva.
Inanellando arco su arco e avvicendando rapidi movimenti del busto con altrettante repentine staccate e vigorose riprese sento il ritmo finalmente fluirmi dentro; immortalo questa sensazione tra il novero dei momenti più intensi di tutto il giro e faccio mente locale sugli aneddoti da annotare in previsione del report.
Diversi minuti, quando questi magnifici chilometri volgono al termine, il nostro compagno fuggiasco e la sua zavorrina appaiono in sosta ai bordi della carreggiata.
Li raggiungo e guido il gruppo all’ingresso di Alghero.
Mentre ci ricomponiamo decidiamo di fermarci in prossimità del porto, dove i numerosi chioschi che sorgono sul molo offrono un sicuro riparo per una pausa più che meritata.
Il traffico è quello di un paese densamente popolato e giriamo per diversi lunghi minuti alla ricerca di un parcheggio che non ci faccia stare in ansia per le piccole.
Ci sentiamo soddisfatti quando le parcheggiamo a vista sul retro di un piccolo baretto dai tavolini metallici.
Con fare spavaldo mi sfilo il giubbotto restando a mezze maniche ma devo presto ricredermi; spira un vento freddo e non sono l’unico a prevedere pioggia con innegabile apprensione.
Mentre vengono consumati tè, caffè e succhi di frutta, contatto Ducas per aggiornamenti sul tempo.
Al momento il sassarese è asciutto ma non si sente di poter escludere improvvisi rovesci; il cielo lo preoccupa e l’aria è pesante.
Rimango d’accordo con il mio compaesano per incontrarci alla chiesetta di Balai all’uscita di Porto Torres, così da percorrere qualche chilometro insieme.
Nonostante tutto non ripartiremo prima di aver assaporare un lento e pigro momento di relax.
E’ questo un momento in cui non posso non lasciarmi scappare una confidenza.
Mentre facce stanche ma rilassate sfilano davanti ai miei occhi, rifletto e lascio che la coscienza mi suggerisca frasi sentite.
Quello che penso è che mi trovo seduto con un gruppo di persone che conosco vagamente.
Abbiamo girato la Sardegna insieme e trascorso quasi due giorni di quelli che raramente hai la possibilità di vivere una seconda volta.
Ci siamo trovati in difficoltà e siamo corsi ai ripari senza mai capitolare in discordia o astio reciproco.
Ci siamo stressati e nonostante fossimo consapevoli di non dover nulla a nessuno abbiamo sempre anticipato il sorriso alle parole senza mai negarsi il gusto dell’avventura o rinunciare ai seducenti piaceri di un viaggio a tratti massacrante.
Sono seduto con un gruppo di persone che conosco vagamente, ma che mi sembra di conoscere da molto più tempo; me lo dicono le loro risate, me lo raccontano i loro sguardi, lo descrivono i loro sorrisi.
Forte di questa considerazione mi decido a non lasciare nel dimenticatoio l’idea di stilare un report ad ampio respiro sulle vicende che ci hanno visto protagonisti.
Mezzogiorno incalza e dobbiamo incontrare Ducas per le 12:30.
Decidiamo di fare rifornimento al primo distributore utile, dopodiché siamo di nuovo in marcia.
Ci divincoliamo con destrezza dal caotico traffico delle ore più calde, percorrendo la via del lido per raggiungere l’uscita più vicina.
Non sarà possibile puntare verso Stintino e disegnare un perimetro perfetto della costa nord occidentale dell’isola, ma ci accontentiamo di puntare verso Porto Torres e poi riprendere dalla sua piacevole litoranea.
Ai nostri lati sfilano gli sterminati vigneti delle tenute Sella e Mosca mentre il sole a picco sulle nostre teste a tratti scompare per lunghi e preoccupanti minuti.
L’incrocio dei due mari, quadrivio che interseca la nostra via con quella per Sassari, Porto Torres, e Fertilia compare come una gigantesca rotatoria in cui ci immettiamo puntualmente dirigendoci verso nord.
Fermati alla prima stazione di servizio riprendiamo lungo un rettilineo semi deserto in cui possiamo accorciare notevolmente i tempi.
Diversi minuti dopo, le alte ciminiere della petrolchimica prima e i mattoni rossi degli stabili di un azienda di laterizi dopo, ci introducono nella zona industriale del comune di Porto Torres.
Ne percorriamo il perimetro fino a intersecare la strada statale 131, proseguendo spediti in via delle vigne fino a ricongiungerci con la litoranea all’altezza di Balai.
Svoltiamo verso destra e con dieci minuti di ritardo raggiungiamo la sua caratteristica chiesa a ridosso del mare.
Lì di fronte, in un piccolo parcheggio, Ducas attende il nostro arrivo.
Presentazioni di rito e primissimi riferimenti al viaggio intrapreso; qualche accenno all’incidente e al diluvio che ha sommerso Sassari e a cui noi siamo miracolosamente scampati.
Non sarà una lunga sosta, Gnomo incalza, tabella di marcia alla mano, e abbiamo la prenotazione in agriturismo per le 13:30.
E’ vero, dall’arrivo ad Alghero il nostro viaggiare è mutato in maniera sensibile. Ora siamo al costante inseguimento delle lancette dell’orologio, e le strade percorse sono accuratamente selezionate per permetterci un arrivo tempestivo e senza sprechi di tempo.
Non mancherà molto prima di concludere il nostro pellegrinaggio.
Faccio strada lungo i gradevoli sali e scendi che collegano Balai alla marina di Sorso, percorrendo una strada che guizza sinuosa disegnando un lungo arco a ridosso della costa nord occidentale.
Grigi promontori calcarei sovrastano la costa battuta dalle onde e alti pini ombreggiano le corsie mentre prestiamo attenzione ai dossi che si sollevano sull’asfalto per via delle loro radici.
Superati alcuni incroci a raso che smistano verso le discese al mare, superiamo il bivio per Sassari e incrociamo i primi villaggi turistici; svariate casupole dal grezzo intonaco costellano i colli tutt’intorno e dune di sabbia si affacciano pigre sulla carreggiata.
Quando la strada si allarga e si solleva di qualche metro arriviamo ad un incrocio che conosco molto bene.
Mi sono appena doppiato.
Proprio qui, due giorni prima, ho puntato verso Castelsardo sommerso da un cielo simile a quello che ora sovrasta l’orizzonte.
Puntiamo dritti verso le curve che precedono il borgo, superandole agilmente, quando finalmente siamo alle porte della frazione di Lu bagnu e Ducas si separa dal gruppo.
Sono passate da poco le tredici, avanziamo verso il prossimo bivio che segnala Tergu sulla destra e lo imbocchiamo.
La strada sale verso verdi colline erbose, dapprima gialle e già riarse dal caldo, successivamente sempre più verdi e fresche.
Alti colli ci salutano mentre l’aria diventa frizzante e il vento prende a soffiare sopra gli oziosi declivi su cui lo sguardo si perde per chilometri di distanza.
E’ proprio sulla cresta di una di queste alture, dopo svariate curve danzanti in un panorama a tratti bucolico, che prendiamo lo sterrato che ci porta al parcheggio dell’agriturismo.
Ci inoltriamo per circa duecento metri, sostando in uno spiazzo ghiaioso a ridosso di un crinale che domina un panorama incantevole; qui incontriamo Oceano e un'altra coppia di amici che pranzeranno con noi.
Entriamo scoprendo sale gremite per via delle cresime locali e un gran chiasso ci investe.
Accomodati su una lunga tavolata presto compaiono gli antipasti, così graditi che passano ben pochi secondi prima di vederci impegnati in uno degli sport più amati da motociclisti.
Pietanze cucinate a puntino e assaggi dagli inconfondibili gusti della gastronomia locale; quelle seguenti sono ore di furore.
Divoriamo tutto quello che ci viene presentato, intervallando i piatti tra commenti e compiaciuti apprezzamenti.
Nonostante possa sentirmi finalmente arrivato sono ben consapevole che il resto della compagnia deve ancora proseguire nel suo cammino, sulla stessa strada che io ho solcato due giorni prima, da Tergu a Santa Teresa, da Olbia ad Arbatax.
E’ proprio questo discorso che tiene banco al momento.
Le pance iniziano a gonfiarsi e la sonnolenza è alle porte; la domenica pomeriggio dopo un pranzo del genere anche solo volgere la mente ai numerosi chilometri ancora da percorrere è un peso più che asfissiante.
Afrika e Lawer si disinteressano e preferiscono aiutare il lavapiatti nel difficile compito di lucidare per bene i vassoi mentre Alberto distribuisce ravioli e gnocchetti a mezza tavolata.
Io continuo a riferire ad Oceano ogni cosa degna di nota che mi frulli per la testa sulle nostre giornate di fuoco mentre sento che Gnomo è preso nei suoi racconti a base di minimoto e assetto da pista.
Immersi in questo fantastico e goliardico quadretto, passerà del tempo prima di accorgerci che fuori ha preso a diluviare.
D’incanto i toni si smorzano e le facce mutano in espressioni atone e colme di preoccupazione.
Mi avvicino all’ingresso proprio quando viene servita in tavola la carne.
Un fitto acquazzone percuote la zona con pesanti gocce dal continuo incedere e un vivace tintinnio risuona sulle grondaie e fin sopra le tettoie.
Osservarla flagellare le nostro moto con una costanza che lascia ben poco spazio alla speranza, palesa l’inevitabile arrivo di un momento che per quanto fuggito per due interi giorni, alla fine ci ha raggiunto di soppiatto e puniti alle spalle.
Rientro e il pasto prosegue.
Nonostante la demoralizzazione delle prime battute, continuiamo noncuranti del maltempo a gozzovigliare allegramente senza lasciare alito allo sconforto che piano piano scivola via come l’acqua che a pochi metri di distanza ci sbeffeggia.
E’ una presa di posizione doverosa e legittima viste le circostanze.
Sappiamo tutti bene che il giro non proseguirà oltre.
Così come io appena finito di pranzare, punterò verso casa, Afrika e Lawer raggiungeranno il prima possibile Olbia e Gnomo e Alberto vireranno verso Sud, destinazione Oristano e Cagliari.
E’ con lo spirito di chi vuole congedarsi nel migliore dei modi che onoriamo la fine della nostra traversata, trattenendoci anche più del dovuto fino a che anche il dolce, il caffè e i liquori sono serviti e consumati.
Quando anche il tempo di pagare il conto arriva e non ci sono più scuse per temporeggiare, ci armiamo di coraggio e usciamo sotto la pioggia battente.
Arriva infine il momento inevitabile dei adii, inesorabile segnale che decreta lo scioglimento della compagnia.
Gli ultimi momenti sono spesi a favore delle raccomandazioni di rito mentre vigorose strette di mano sanciscono i saluti conclusivi.
Ci dividiamo nella piazzola e prima uno, poi l’altro ripartiamo seguendo strade diverse.
Percorrerò un ultimo tratto con Gnomo e Alberto, fino al bivio in cui loro proseguono verso Platamona, ed io svolto per Sassari.
Mezz’ora dopo sono all’entrata della città e a passo di lumaca avanzo completamente bagnato tra file al semaforo e soste lunghissime agli stop; accompagno la zavorrina a casa e in breve torno nei pressi della mia.
Supero la rampa dei garage e sollevo il portoncino della mia autorimessa infilandomi silenziosamente nel box, finalmente tratto in salvo dalla pioggia.
Quando è arrivato il momento di spegnere il quadro cedo ad un attimo di esitazione.
Rimango per un lungo istante ancora in arcione, caricando quest’ultimo istante di significato, poi controllo il contachilometri parziale e mi compiaccio di aver tenuto fede alla mia promessa.
Al 1072° chilometro percorso azzero il contatore e spengo il quadro sfilandone la chiave.
Smonto, afferro la borsa, esco e la stanca silhouette della mia hornet si congeda dietro il portone mentre posso ancora distintamente sentire il suono del suo motore raffreddarsi.
Mentre mi allontano la mente vola per un ultima volta a strade ormai distanti.
L’orientale Sarda, La Villasimius-Cagliari, La Bosa-Alghero, le loro curve fiere e magnifiche, così come i panorami da favola in cui dimorano e attendono.
Raggiungo l’ingresso dell’ascensore quando un compiaciuto sorriso mi dipinge il volto, poi scompaio dietro l’uscio, prima di sentirmi finalmente arrivato a casa.
Fuori infuria il diluvio; e così, per tutta la sera.
* * * * * * *
Non posso, alla luce di quanto vissuto, non dedicare qualche parola di commento maturata nei giorni seguenti al 2-3 Giugno.
In molti, dopo i primi superficiali racconti o stuzzicati da alcune frasi frutto di momenti di sconforto durante quei giorni, mi hanno incalzato con considerazioni sulla falsa riga di:
“Ma quindi il vostro Giro della Sardegna è fallito?”
A tutti questi io rispondo che sebbene mi sentissi sconfitto per primo e vinto nello spirito in determinati momenti, e così come la tristezza spesso si prendesse gioco di me, ritengo di aver perseguito scopi che esulano le originali aspettative.
Quando negli anni a venire parlerò del mio giro della sardegna, presterò particolare attenzione al tono del mio interlocutore, perché se nel tempo dovessi rimuovere particolari o smarrire la freschezza con cui racconto le mie storie, lo condurrò su questo forum.
E’ qui si renderà conto quanto il “nostro” giro della Sardegna sia stato un successo.
Ora non posso che congedarmi ringraziando tutti quelli che hanno preso parte alla spedizione, e chi come me ha sempre creduto, a fronte delle mille avversità, nello spirito con cui abbiamo preso a sognare quest’avventura all’inizio dell’anno.
Per questo un sentito ringraziamento a Lawer, a Daimond, a Randal, a Diabolik9, e ad Alberto.
E poi un grosso in bocca al lupo a Pcsystem che tanto era dispiaciuto per aver modificato i nostri piani ma che in realtà non ha modificato di una virgola quanto di buono abbiamo conquistato insieme, se non il fortissimo dispiacere di aver dovuto proseguire senza di lui.
E ancora ringrazio Ducas e Oceano che pur non potendo partecipare si sono prodigati di attenzioni e aiuti, contribuendo al successo finale di un progetto che li vede comunque protagonisti.
E non posso non ringraziare Gnomo, che per essersi fatto carico di un progetto complesso e oneroso non ha mai titubato o chinato il capo allo sconforto, considerato che senza di lui noi questo giro non l’avremmo mai fatto.
L’ultimo ringraziamento lo dedico a Afrika, che non solo mi ha aperto le porte di casa sua con smisurata gentilezza, ma si è offerto fin dal principio di accompagnarmi a cento chilometri di distanza per recuperare la mia ragazza, sfidando insieme a me il gelo e strade poco raccomandabili.
Grazie a lui il mio giro è stato pieno e memorabile; tante grazie da parte mia e di Gab.
Così come ho ringraziato voi, ringrazio anche le vostre compagne, presenze cordiali e piacevoli, di cui conservo un bel ricordo.
Penso a questo punto di aver finito i ringraziamenti, per cui concludo il post e chiudo ufficialmente una pagina della mia seppur giovane vita da motociclista.