Riflessioni invernali sui comportamenti stradali.
In principio era la Tigre dai Denti a Sciabola quando, durante il
Pleistocene, l’Homo habilis si evolveva da herectus in neanderthalensis
e successivamente in sapiens, imparando dapprima l’uso di semplici
utensili in pietra per strappare la carne dalle prede, per poi
specializzarsi nella fabbricazione accessori sempre più
sofisticati, scoprendo il fuoco ed affrontando avventurosamente le
terribili insidie della vita di quei tempi.
Già, vita dura quella, felicità a momenti e
futuro incerto… come cantava un tale.
Una vera lotta per la sopravvivenza, dal primo all’ultimo istante di
un’esistenza che non lasciava spazio a comodità o privilegi.
La legge dominante era quella del più forte mentre il
debole, inevitabilmente, soccombeva.
In poco meno di due milioni di anni, da allora ad oggi, le cose sono
cambiate parecchio e noi, felici e privilegiati eredi di quei poveri
ominidi, ci godiamo un mondo indubbiamente più facile e
comodamente vivibile.
La Tigre dai Denti a Sciabola riposa nei musei, le conquiste della
scienza hanno reso il nostro attuale livello di vita decisamente
più sopportabile, la cultura ed il progresso hanno fatto
dell’uomo un essere migliore.
O no?!
A ben guardare, anche se i cambiamenti sono stati immensi si potrebbe
parlare, senza sbagliare troppo, di trasformazione più che
di evoluzione della razza umana, seguendo un concetto che parte dal
fatto che i fondamentali, alla fine, sono rimasti gli stessi.
Chi siamo noi, in sella alle nostre moto, se non dei moderni
protagonisti di una altrettanto avventurosa e rischiosa lotta
giornaliera per la sopravvivenza?!
Ogni volta infatti che montiamo in sella e diventiamo un tutt’uno con
il nostro mezzo, l’atavico istinto di sopravvivenza e autoconservazione
riprende il sopravvento, ci aiuta a prevedere ostacoli, pericoli ed
imprevisti, rendendoci coscienti del fatto che lo scontro con un Guard
Rail dai Profili a Sciabola o l’incontro troppo ravvicinato con un Homo
automobilisticus, avversario spesso mortale, potrebbe esserci fatale.
In un immaginaria (ma non troppo) moderna lotta per la sopravvivenza
stradale, i motociclisti rappresentano oggi l’anello debole della
catena così come lo erano i nostri antenati nella
preistoria, con la differenza che l’Homo erectus se la doveva vedere
con animali feroci ed un ambiente avverso, mentre oggigiorno che la
natura è domata, le minacce alla nostra
incolumità arrivano dai pericoli delle strade frequentate
dai nostri stessi simili, armati di strumenti a quattro e
più ruote ben più letali di acuminate punte di
freccia in selce o asce a doppio filo.
Nei complessi rapporti che costituiscono la nostra società,
la relazione tra persone e mezzi di trasporto fa parte ormai della vita
quotidiana di ciascuno; l’impressione però è che
nonostante tutte le possibilità e gli sforzi (comunque
piuttosto modesti) offerti da scuola, istituzioni e mass-media (nella
loro più positiva e meno sfruttata funzione di divulgatori
di cultura ed educazione), è un dato di fatto che le strade
sono diventate il palcoscenico preferito di un sempre più
numeroso, egoista, agguerrito, maleducato e assetato di vendette
esercito di moderni trogloditi i quali danno sfogo ai più
beceri e pericolosi istinti cercando di affermare, laddove non
può l’intelligenza e la corretta educazione, diritti di
prepotenza piuttosto che di precedenza.
E’forse questo il risultato di due milioni di anni di evoluzione?!
Non ci stiamo tutti trasformando in elementi a rischio per la nostra e
altrui incolumità diventando, a seconda delle situazioni,
potenziali pericoli o vittime inconsapevoli?!
Non è il caso di fermarci e riflettere su quello che
succede?!
Non dovremmo forse, per considerarci persone mature fare, ogni volta
che impugniamo il volante di un’auto o il manubrio di una moto, una
semplice quanto fondamentale considerazione sul fatto che rispettare il
più possibile le regole e tenere dei comportamenti adeguati
può essere una cosa giusta, positiva, intelligente, specchio
di una società veramente moderna, e che ci farebbe vivere
tutti meglio, più sicuri, meno stressati e magari
più a lungo?!
In quanto motociclista poi, mi sento più bersaglio che
proiettile, più pericolante che pericoloso, invisibile
(rischiosamente) sia agli altri veicoli che a quelle istituzioni che
dovrebbero fare di più e meglio per noi.
Cinicamente sembra quasi che ci sia una specie di franchigia per la
vita di un motociclista, magari in quanto utente minore della stessa
strada utilizzata da tutti gli altri e che la sua vita, per qualche
calcolo assurdo, si possa mettere a repentaglio più a cuor
leggero di quella di un automobilista.
Se infatti una buca per un’auto può essere praticamente
ininfluente, per una moto (e per i suoi passeggeri) rappresenta un
potenziale pericolo mortale; senza parlare di asfalti che con la
pioggia diventano piscine, guard-rail-ghigliottina, gallerie buie,
segnaletica inefficiente e per finire, anche se banale, la quasi totale
mancanza di parcheggi dedicati, soprattutto nelle città.
Tutto insomma sembra fatto non solo per scoraggiare l’uso della moto,
ma addirittura per mettere in pericolo chi, per passione, per
divertimento e anche per motivi economici o di tutela dell’ambiente,
preferisce lasciare a casa una tonnellata e mezza di acciaio su quattro
ruote e, armato di nobili ideali e delle protezioni migliori, decide di
gettarsi nella giungla di cui sopra.
Concetti di base come educazione e rispetto sembrano appartenere ad un
passato bacchettone, come se la strada fosse oggi una zona franca dove
di tutto e di troppo è consentito.
I mancati controlli delle forze dell’ordine poi, sono solamente una
tiepida scusa valida forse per situazioni particolari, ma non certo per
giustificare una serie di dati impressionanti sulle condotte di guida
irresponsabili, mentre un capitolo a parte meriterebbe la discussione
su certi metodi adottati, più repressivi che preventivi.
Molto spesso infatti l’applicare la legge ad occhi bendati punendo
situazioni in cui non sussiste nessun pericolo, è la prova
di come si preferisca andare sul sicuro percorso della sanzione
piuttosto che affrontare il problema alla radice, rendendo l’andare in
moto altamente rischioso per la salute ed il portafogli, dovendo aver a
che fare con un sistema di circolazione creato di fatto esclusivamente
per le auto.
Evidentemente sulle nostre strade alla legge del più forte
si affianca quella del più grosso, e proprio come in natura
dove le dimensioni contano davvero, un SUV ha più diritti di
un’utilitaria, una moto meno di un’auto ed un ciclista od un pedone
sono destinati all’eterno oblìo, vittime di chi non perde
occasione per dimostrare la propria stupidità, protetto
sempre di più da un guscio di incontestabile
impunità anche di fronte alle mancanze più gravi.
Non è una novità che nel nostro Paese si
commettono più violazioni che altrove anche
perché esiste sempre la possibilità di farla
franca, che si parli di un autovelox contro cui ci si possa appellare
addebitando i punti sulla patente della nonna (o addirittura pagando
per annullarne la decurtazione) o di un investimento in stato di
ebbrezza, dove un buon avvocato non ha problemi a sfruttare il
più insignificante dei cavilli.
Quello che salta all’occhio osservando ciò che accade,
è che per una sorta di alienazione o di sviluppo esagerato
dell’ego, una buona parte di automobilisti (e qualche motociclista)
crede assolutamente di essere il solo ed unico fruitore della sede
stradale, con il privilegio acquisito dal possedere un veicolo, di
imporre i propri comportamenti quasi che nessun altro possa subire le
conseguenze, a volte drammatiche, delle sue azioni.
Intendiamoci, non sempre un comportamento per essere considerato
negativo deve sfociare in un dramma; la semplice arroganza al volante o
anche il creare situazioni pericolose induce in chi le subisce
frustrazione, rabbia, nervosismo, che inevitabilmente vengono poi
riversate sul nostro prossimo.
Non serve guidare nel traffico come pazzi per creare allarme; il
corretto uso degli indicatori di direzione o il rispetto della distanza
di sicurezza sembrano essere due concetti appartenenti ad automobilisti
non di questo mondo, o almeno non di questo Stato.
Per qualche perverso meccanismo, adottare comportamenti che facilitino
la convivenza stradale è considerato sinonimo di debolezza
mentre il loro mancato rispetto incute addirittura un timore
reverenziale.
Non mettere la freccia equivale pressappoco ad affermare il diritto di
fare quello che ci pare, senza curarsi dell’altrui presenza; peccato
che se considerassi il fatto che una moto potresti anche non averla
vista, segnalare l’intenzione di svoltare a volte salva gli altri dal
rischio di finirti nella fiancata. Però ti sei fatto notare.
Ciò che distingue un automobilista saggio da uno pericoloso
lo capiamo subito guardando nei nostri specchietti; solo chi non ha la
più benché minima idea che una moto ha spazi di
arresto notevolmente inferiori a quelli di un’auto si piazza a distanza
così ravvicinata che il nostro stop non fa nemmeno in tempo
ad accendersi che già mi sei montato sopra.
La vera sfida all’onore e all’amor proprio di ogni automobilista
è però nelle code; non importa se la fila
è chilometrica, ferma, o lenta o comunque non dà
a te in auto la possibilità ne di superare ne di accelerare.
L’imperativo è non farmi passare, non lasciarmi andare
avanti dove io, largo mezzo metro, riesco a proseguire senza respirarmi
il tuo gas di scarico.
Un tuo impercettibile spostamento a destra farebbe piangere di
gratitudine il mio cuore riconoscendo in te un amico invece che un
nemico il quale, spostandosi invece bruscamente a sinistra non si rende
conto di mettere a repentaglio non uno specchietto, ma la mia vita,
giusto per imporre di nuovo la legge del più forte.
Ma se quello che non uccide fortifica, allora ti ringrazio di aver
usato il lavavetro senza accorgerti che dietro c’ero io, di avere
buttato la cicca rovente fuori dal finestrino, di costringermi a
partenze ai semafori da Moto GP che se per caso mi si spegne la moto mi
passi sopra, o di accreditare le moto di miracolosi poteri di
equilibrio, soprattutto nelle situazioni difficili.
Chi però di noi non ha scusanti sono quei motociclisti che
si comportano come se fossero loro gli unici sulla strada, attirando
così maledizioni su tutta la categoria.
Superare a velocità mortali le file, utilizzare le corsie di
emergenza come un’autostrada, zigzagare senza tregua tra le auto
rendendosi di fatto invisibili anche al più prudente e
disciplinato degli automobilisti, non fa altro che metterci allo stesso
livello di quelli che si comportano così con noi.
Ma che resta da fare allora per evitare o cambiare tutto questo?!
Viaggio molto spesso in tutto il mondo per lavoro, e lasciando da parte
quei luoghi (e vi assicuro che sono molti), dove mettere insieme due
pasti al giorno è una priorità sull’educazione
stradale, ci sono paesi come Germania, Olanda, Austria, Nord Europa e
così via, dove le cose stanno molto diversamente e dove il
comportamento sulla strada, da parte di tutti, non è una
cosa da prendere alla leggera, pena la squalifica dal mondo civile.
Guidando in Germania per esempio, si capisce come gestire un sistema
così complesso non possa essere affidato al caso o lasciato
in balia dell’indisciplina comune, pena il caos totale.
Molti sarebbero gli aspetti da considerare ma non vedo
perché non dovremmo osservare per imparare da chi fa le cose
meglio di noi; poco mi interessa della confusione delle strade del
Cairo e vedere che c’è chi sta peggio, da questo punto di
vista, non mi consola.
Non trovo invece nessuna spiegazione plausibile al fatto che tra noi ed
i tedeschi (o gli olandesi o i danesi) ci possa essere così
tanta differenza sul modo di comportarsi in auto e in moto.
Mentre da noi vige la regola del contento io contenti tutti, altrove
funziona proprio al contrario; il benessere individuale nella
convivenza stradale è frutto di una sforzo collettivo per
garantire al singolo di godere dei propri diritti e di non sentirsi
aggredito dalla prepotenza altrui.
C’è non solo la sensazione, ma la prova che il corretto
comportamento generale porta al beneficio individuale.
L’impressione è che il senso civico da parte degli utenti
unito ad una capacità di pianificazione e di attuazione dei
programmi da parte delle istituzioni, siano le pietre miliari su cui si
è costruito tutto il resto.
Se tutti rispettano le distanze, usano le frecce, prestano attenzione
ai veicoli più vulnerabili adottando comportamenti che per
quanto possibile non aggiungano ulteriori pericoli agli inevitabili
rischi della strada, questo non può non tradursi in una
maggiore sicurezza per ognuno.
Sono principi semplici, detti e ridetti, ma che pare noi facciamo di
tutto per sforzarci di non adottare.
Sempre prendendo come esempio la Germania, dove l’educazione stradale
fa parte integrante dell’educazione civica e della convivenza civile,
le istituzioni hanno da sempre un ruolo collaborativo, il sistema
stradale è assolutamente efficiente e in continuo
miglioramento e non ci sono tabù legati alla
velocità o categorie, vedi motociclisti, considerate di
intralcio o che si sentano in pericolo.
Tutto questo naturalmente è frutto di un lungo percorso, ma
è una via in continua evoluzione; attraverso la formazione
scolastica, la prevenzione, i controlli più efficienti ed un
impiego di forze e mezzi notevole, si cresce e si convive con la
cultura della buona educazione stradale.
Tornando per concludere, al rapporto molte volte conflittuale tra
motociclisti e automobilisti sulle nostre strade, veramente troppo
spesso e sempre più di frequente quello che manca alla base
di una pacifica convivenza (e che risolverebbe già da solo
molti dei problemi), è il semplice rispetto dell’altro, una
condizione assolutamente fondamentale in ogni società dove
tutti dobbiamo avere il diritto di poter fare quello che ci piace con
la massima sicurezza, senza vedere imposta con la prepotenza una
presunta superiorità.
Andare in moto dovrebbe anche significare partire senza il timore di
essere un bersaglio e avere la possibilità di godere della
nostra scelta senza dover sacrificare una buona parte delle energie
cercando di evitare i pericoli derivati dai comportamenti altrui;
finiremo altrimenti per indossare un elmetto invece di un casco, un
giubbotto antiproiettile invece di una giacca con le protezioni e
studiare un percorso di guerra anziché una mappa stradale.
Speriamo quindi di avviarci verso una nuova stagione motociclistica
più sereni ed ottimisti ma anche sempre più
attenti, prudenti e perché no, con un pensiero ai nostri
lontani antenati; loro si che erano fortunati, in fondo allora non
c’erano molte regole il loro peggior nemico… era solo una Tigre dai
Denti a Sciabola!