Recensione integrata da qualche dato tecnico e
scritta da parte di un possessore della Honda VFR 800 RC46
dell'anno 2001
Click! La chiave gira verso sinistra e l’inconfondibile suono
del motore V4 si spegne di colpo: sono arrivato al bar in cima al
passo. Via casco e guanti, smonto, tento di spegnere il sorriso che
sempre mi trovo stampato in faccia quando scendo dal VFR e cerco di
capire come Honda sia riuscita a realizzare la miglior sport tourer del
suo tempo.
Era il 1985 quando gli ingegneri della casa di Tokyo, sulla scia delle
vittorie ottenute nelle competizioni, ebbero la fortunata idea di
incastonare l’allora imbattibile motore V4 longitudinale di
750 centimetri cubici in un telaio a doppio trave in alluminio: il seme
era gettato. Nel corso degli anni, le lettere VFR hanno sempre
significato versatilità, piacere di guida e tecnologia
motociclistica nella sua massima espressione.
Percorro tutti i lati della moto e la osservo: la linea è
molto personale, massiccia, elegante e contemporaneamente aggressiva,
dominata dal potente doppio faro anteriore, dai vistosi indicatori di
direzione e dalle carene che hanno una particolare conformazione per
estrarre l’aria calda dai due radiatori posti lateralmente,
in una posizione insolita, come sul VTR. I materiali e gli
accoppiamenti delle plastiche danno un’impressione di
solidità e robustezza.
Il design del terminale di scarico sente un po’ il peso del
tempo, al contrario del monobraccio posteriore, tanto bello quanto
efficace nel copiare le irregolarità dell’asfalto.
Già, le sospensioni. Tanti i possessori le indicano come uno
dei pochi nei del VFR, e ne individuano nel reparto anteriore il
principale colpevole. La forcella tradizionale con steli da 41mm,
perfetta e confortevole nell’uso turistico, entra in crisi
nella guida sportiva: la moto affonda troppo nelle staccate al limite e
tende ad allargare un po’ la traiettoria in uscita di curva.
Se avete pruriti pistaioli ci dovrete necessariamente mettere mano,
anche perché l’unica regolazione disponibile
è quella del precarico.
Che Honda abbia pensato più a chi macina chilometri che agli
smanettoni si deduce anche dalla scelta di equipaggiare il VFR con il
particolare sistema di frenata integrale Dual-CBS, già visto
sulla CBR 1100XX. Il dispositivo fa sì che la leva al
manubrio e il pedale azionino contemporaneamente sia i due dischi
anteriori flottanti da 296mm che quello posteriore da 256 mm, tutti
lavorati da pinze Nissin a tre pistoncini, con percentuali di
intervento diverse a seconda del comando utilizzato. Perfetto per i
neofiti e per la guida di tutti i giorni, il Dual-CBS presta il fianco
alle critiche quando si comincia a spingere forte: non è
infrequente infatti, specialmente nelle staccate più
assassine, arrivare al blocco della ruota posteriore.
Rimontando in sella, comoda e ben dimensionata, non posso fare a meno
di notare il calore che sale dai cilindri, in particolare da quelli
posteriori. Il motore V4 in effetti scalda parecchio, e nelle torride
giornate d’estate, in città o in coda, questi
“bollenti spiriti” fanno soffrire non poco.
La posizione di guida è sbilanciata in avanti quel tanto che
basta per avere una sensazione di controllo assoluta, complici anche le
pedane ben sistemate che permettono alle gambe un ottimo inserimento
negli incavi del serbatoio. Anche l’eventuale passeggero non
ha di che lamentarsi: la sua porzione di sella è ampia, i
maniglioni sono ben dimensionati e le pedane, posizionate alla giusta
altezza, non costringono a stare rannicchiati.
La qualità generale e l’ergonomia dei comandi sono
in puro stile Honda, quindi eccellenti: tutto quello che serve non solo
c’è, ma è nel primo posto dove lo si va
a cercare.
Giro la chiave e accendo il quadro.
La strumentazione si illumina mettendo in mostra, oltre al tachimetro e
al contagiri analogici, un display digitale che offre una completa
serie di informazioni: contachilometri con due parziali, temperatura
del liquido di raffreddamento e dell’ambiente, indicatore del
carburante ed orologio. La plancia, ben fatta anche se di aspetto un
po’ troppo “plasticoso” accoglie anche le
spie di servizio, degli indicatori di direzione, degli abbaglianti e
delle anomalie al sistema di iniezione.
Basta sfiorare il pulsante di avvio che il quattro cilindri a V di
90°, un’ unità completamente nuova che
guadagna l’iniezione elettronica e che passa da 750 a 781
centimetri cubici, fa sentire la sua particolare e gradevole
tonalità di scarico.
Capace di erogare 97 cavalli e con una coppia di ben 7.9 kg/m a 8500
giri, il motore è senz’altro il fiore
all’occhiello del VFR.
I numeri, non eccezionali in senso assoluto, si traducono
però in una straordinaria fruibilità su strada:
sempre pronto, morbido ed elastico anche se piuttosto assetato, il 4
cilindri trova sostanza già a 3000 giri, spinge forte, quasi
come un bicilindrico. Dai 9000 giri in poi, invece, l’anima
diventa corsaiola, il rumore dell’aspirazione diventa
prepotente e l’allungo porta quasi fino alla zona rossa
situata a 12500 giri, anche se già a 11500 si avverte un
consistente calo di spinta che suggerisce il cambio.
Docile e prevedibile anche nelle aperture di gas più
aggressive, il propulsore Honda è accoppiato ad un cambio
preciso e morbido che anche nell’uso intenso non ha
evidenziato impuntamenti. Solo la frizione risulta ancora un
po’ dura e, nonostante il miglioramento rispetto al modello
precedente, in città può risultare affaticante.
Altra controindicazione all’uso in mezzo al traffico
è il peso non certo piuma di 220 kg a secco, che si fa
sentire in modo particolare nelle manovre da fermo.
Il regno del VFR è indiscutibilmente il misto veloce:
stabile sul dritto e alle alte velocità, una volta impostata
la traiettoria, l’avantreno la segue come se fosse su un
binario, anche nei curvoni in appoggio. Alzando il ritmo nel misto
stretto e in montagna c’è parecchio da divertirsi,
nonostante nei rapidi cambi di direzione sia necessario condurre la
moto un po’ di forza e la reattività non sia
all’altezza di una sportiva.
Il VFR si presta anche ad essere caricato con bauletto e borse:
l’assetto rimane neutro e in autostrada si viaggia a
velocità di codice con un filo di gas. Unica pecca il
cupolino troppo rastremato che crea fastidiose turbolenze
all’altezza del casco: alla lunga portano a qualche
indolenzimento, ma un cupolino aftermarket rialzato risolve ottimamente
il problema.
Shakerando il tutto si ottiene una moto divertente, comoda e versatile,
che invita ad andare a spasso. Il segreto del successo del VFR
è tutto qui.
Adatta al turismo e ai trasferimenti veloci, questa moto permette
comunque di togliersi diverse soddisfazioni anche quando si viaggia
allegri: grazie al suo eccezionale motore e alla buona
omogeneità di tutto il pacchetto, rimanere negli specchietti
di sportive dotate di ben altra cavalleria non solo è
all’ordine del giorno, ma spesso sarete voi ad essere
costretti ad aspettarli.
Si è fatto tardi, il piazzale davanti al bar si sta
svuotando e i motociclisti scendono a valle a piccoli gruppi.
L’arzilla vecchietta che cavalco ronfa sorniona. Infilo i
guanti, mi allaccio il casco, tiro la frizione e innesto la prima: devo
fare ancora 120 km per tornare a casa, per fortuna!