La motocicletta è un generatore di passioni. E non solo per
i bikers alla easy rider o per chi vuole sentire il vento della
velocità, magari inseguendo quel senso di libertà
che spesso manca dentro di noi.
E' un modo di essere, che ha sedotto l'arte, conquistato il cinema,
ispirato la letteratura, con concetti e contenuti che vanno oltre le
caratteristiche tecniche dell'oggetto meccanico.
Evoluzione a motore della bicicletta, la motocicletta rappresenta il
primo segno di benessere di un popolo economicamente non in grado di
sostenere l'automobile come mezzo privato. Non stupitevi, dunque, se in
Cina, in India, in Vietnam o in Mongolia troverete affaticate due ruote
che ospitano in sella anche tre persone, addirittura intere famigliole,
o ancora che vengono usate come veicoli da carico: in tutti questi casi
leggerete negli occhi di piloti e passeggeri la soddisfazione di stare
in sella, che non è molto diversa da quella del centauro
incallito o del campione in pista.
La motocicletta è anche un rito: quello della vestizione,
della preparazione accurata nell'indossare la tuta, stivali,
sottocasco, casco, pronti per affrontare l'asfalto e sentirne l'odore.
Un rito che non fa distinzione di età, sesso o razza: chi
pensa infatti che appartenga soltanto al mondo maschile, commette un
errore. Il gentilsesso ha incrementato la propria presenza sulle due
ruote a motore, complice il ritorno degli scooter, più
facili da giudare e più fruibili a un target esclusivamente
urbano.
Non solo: gli scooter hanno avuto il merito di rilanciare il mercato
della motocicletta, boccheggiante verso la fine degli anni '90. Che
soddisfazione per l'icona di questi modelli, l'inossidabile Vespa,
arzilla sessantenne che ha rivoluzionato il modo di andare in
motocicletta e che, ancora oggi, non conosce soste nel suo successo. E
che successo pure gli scooteroni, idonei anche ai lunghi viaggi: hanno
allargato le maglie di chi poteva diventare motociclista anche se, al
tempo stesso, hanno creato una corrente di detrattori tra i bikers duri
e puri. Per loro non sono moto: sugli scooteroni non si sale in sella,
ma si è seduti come... in poltrona... e toglietevi dalla
testa di piegare in curva!
La storia e il successo della motocicletta devono un tributo all'Italia
e non solo perché ha inventato lo scooter: è
stata protagonista agli albori sia dal punto di vista delle case
produttrici sia da quello delle competizioni, ieri come oggi, con
modelli e piloti che, all'inizio del terzo millennio, dominano il
circus del motomondiale.
Fa quasi tenerezza vedere le immagini in bianco e nero o i filmati
sbiaditi dei pionieri della motocicletta, signorotti coi baffoni in
abito da passeggio che mostrano orgogliosi e un po' goffamente il
funzionamento della loro invenzione, con dimostrazioni che spesso
comportano rovinose cadute a terra per via del precario equilibrio. Per
non parlare dei primi modelli, che tradivano la parentela con la
bicicletta e la discendenza dal velocipede, una sorta di bicicletta che
conserva i pedali come principale organo di propulsione, ma che dispone
anche di un motore inseribile a comando.
E' passato più di un secolo dall'invenzione della
motocicletta, ma considerando il progresso tecnico e tecnologico, ne
sembrano trascorsi almeno dieci. Un'evoluzione che ha spazzato via
marchi che hanno scritto importanti pagine di storia della
motocicletta, ma che si sono persi nei meandri del tempo, vittime di
vicissitudini improvvise e di declini inevitabili.
Ma chi si può definire il "signor motocicletta"? Alla fine
del XIX secolo grazie all’inventiva del francese Georges
Bouton, vide la luce il primo triciclo a motore, cui fece seguito, poco
tempo dopo, la realizzazione di un veicolo motorizzato a due ruote: gli
autori di questa invenzione furono i fratelli russi Werner, e la
battezzarono “motociclo”.
La prima moto con il motore a scoppio viene fatta risalire a due
inventori tedeschi, Gottlieb Daimler e Wilhelm Maybach, (poi diventati
famosi per le automobili…), che realizzarono il primo
prototipo nel 1885 in una piccola officina di Cannstatt, vicino a
Stoccarda. Un altro progenitore è considerato il veicolo a
vapore dell’inventore francese Louis-Guillaume Perreaux, che
depositò i primi brevetti nel 1868.
Anteriormente alla fine del XIX secolo i primi esemplari funzionanti
vennero messi in vendita: da lì parti inesorabile
l’evoluzione della motocicletta in tutto il mondo, Europa e
Stati Uniti in primo piano. Fino agli anni ’60 la produzione
era in gran parte appannaggio del vecchio continente, con italiani,
inglesi e tedeschi in particolare evidenza, dopodiché sono
arrivati i giapponesi, che hanno monopolizzato e continuano ad essere i
protagonisti del mercato.
Delle tante moto prodotte, però, alcune sono state capaci,
con la loro personalità dettata da forme e dettagli, da
meccanica ed estetica, di trasmettere emozioni, di codificare uno stile
di vita ed un modo di essere che prescinde da status o stratificazioni
sociali. Prendete per esempio le Harley-Davidson, esempio
universalmente riconosciuto di moto-mito: dal punto di vista puramente
meccanico e telaistico lasceranno magari perplessi i fanatici della
meccanica e delle pure prestazioni, ma i modelli di Milwaukee hanno
un’anima e chi ne ha avuta una lo sa. Le Harley sono da
sempre, fin dal 1903, quando a Milwaukee i fratelli Arthur e Walter
Davidson iniziarono a costruirle nel capannone ricavato nel giardino di
casa con l’amico William Harley.
Sono un simbolo di libertà che più di altri
incarna la voglia di viaggiare, di evadere, di fuggire, che urla al
mondo il piacere della vita come il rombo inconfondibile che esce dalle
marmitte. Non sono un fattore di moda, ma un modo di essere, non sono
solo per centauri in giubbotto di pelle e borchie che si perdono lungo
le highway: incarnano un sogno che prima o poi si avvera.
E non ci sono solo le Harley tra i miti: non dimenticate
l’austriaca KTM, icona delle fuoristrada, le giapponesi
Honda, Suzuki e Kawasaki, le britanniche Triumph, le altre statunitensi
Buell ed Indian, oppure il folto gruppo italiano con Ducati, MV Agusta,
Moto Guzzi, Cagiva, Aprilia, Mondial e Parilla. Miti di ieri e di oggi,
nati soprattutto dalle competizioni, padroni della velocità
e padri di personaggi leggendari. A proposito di attualità,
il presente parla tedesco, quello di Monaco: la BMW, altro marchio
storico, oggi più che mai sta catalizzando la storia recente
soprattutto per quanto riguarda i lunghi viaggi.
Chiunque sia salito in sella per il desiderio di viaggiare e di
conoscere che cosa c’è oltre il quotidiano,
percorrendo 100 o 100.000 chilometri, ha assecondato l’indole
umana: quella di andare lontano, di scoprire che cosa
c’è dietro ogni curva, sfidandosi per la sete di
conoscenza e per capire quali sono i limiti, propri e della
motocicletta. Il giro del mondo è ovviamente
l’impresa massima, ma è lo stesso spirito che
accompagna la gita della domenica, il weekend o le vacanze.
L’importante è viaggiare, con la moto
però e con il suo rituale: la preparazione del mezzo, il
carico del bagaglio adeguato ed essenziale con l’immancabile
cerata, la tenda da campeggio e gli attrezzi per eventuali riparazioni
volanti, la vestizione. Se poi i viaggi diventano imprese tali da
meritarsi gli onori della cronaca, tanto meglio. Come quelle portate a
termine a bordo di una vespa: sì avete capito bene, non moto
tagliate ad hoc per i grandi viaggi come le custom o i modelli che
raggiungono la velocità del suono, ma lo scooter per
definizione, capace di macinare senza problemi centinaia di migliaia di
chilometri sulle strade spesso non asfaltate, da Roma al Vietnam, da
Melbourne a Città del Capo, dall’Alaska alla Terra
del Fuoco, da Atene a Capo Nord. Senza allenamenti specifici del
“pilota per caso” e senza sponsor, per giri del
globo che fanno balzare sulla sedia anche chi è pigro. Non
importa quanto tempo è occorso, a volte sono stati necessari
anni.
Chi giura amore eterno alle due ruote condivide con esse gli anni
migliori della propria vita.